Voto statunitense. I candidati credenti e le loro scelte

Alla vigilia del “Super Tuesday” del prossimo 3 marzo la politica degli Usa pone una serie di interrogativi alle chiese

Il 3 marzo, il cosiddetto Super Tuesday rappresenterà un momento cruciale nella lunga, costosa, datata, dibattuta procedura ancora in vigore per scegliere il candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti. Il percorso è iniziato nell’autunno del 2019 con una rosa di candidati composta di più di 25 persone e terminerà nella Democratic Convention a Milwaukee, Wisconsin a luglio. Adesso rimangono otto candidati di cui quattro hanno più di 76 anni e tre sono miliardari. Lo scopo delle elezioni primarie negli Stati è quello di eleggere delegati e delegate per la Convention. Al momento il leader Sanders ha 34 delegati, gli altri meno o neanche ancora uno. Siccome la soglia per vincere la nomina è di 2.376 delegati, la strada è ancora molto lunga. Il significato come potenziale punto di svolta del Super Tuesday sta nel numero di Stati coinvolti in un solo giorno (12) e nel numero di delegati in gioco.

Come notato in un recente articolo di Riforma online, i politici americani parlano spesso di Dio, soprattutto quelli repubblicani. Infatti, da più di 40 anni esiste una forte alleanza fra politici repubblicani e esponenti della chiese e movimenti evangelicali. Nel corso del consolidamento di questa alleanza, molti fattori sociali e ideologici sono stati in gioco, in particolare una resistenza assai feroce contro il diritto di scegliere di abortire e i diritti di coppie dello stesso sesso di sposarsi. Pastori evangelicali continuano a sostenere fortemente politici che condividono le loro vedute, spesso ignorando la loro condotta etica. La strategia del Partito repubblicano e dei suoi sostenitori dalle chiese evangelicali ha avuto successo nel convincere grandi segmenti del pubblico americano che i repubblicani rappresentano gli unici paladini e l’unico baluardo capaci a difendere le tradizioni cristiani della nazione. Secondo il Pew Institute, questa narrazione storicamente infondata continua a trovare consenso. Mentre nel 2007 il 48% di cristiani bianchi si erano identificati come repubblicani, adesso la percentuale è salita a 56% .

A questo punto, quale sarebbe la scelta giusta per un candidato democratico credente? Rimanere muto di fronte al tentativo degli strateghi e politici repubblicani di cooptare tutta la tradizione religiosa nella politica americana? O forse dire qualche cosa della propria fede come base delle proprie scelte etiche e politiche? Finora quasi tutti i candidati sono rimasti silenziosi sul tema. Joe Biden ha menzionato en passant la sua fede cattolica e Pete Buttigieg parla della sua appartenenza nella Chiesa episcopale. Ma la congregazionalista Amy Klobuchar e la metodista Elizabeth Warren hanno parlato poco o niente della loro fede cristiana. Come mai?

Si tratta solo di un calcolo basato sulle analisi sociologiche delle loro rispettive basi? O la decisione sarà in linea con una loro comprensione della separazione fra religione e stato? In un caso o nell’altro, può sembrare una decisione sbagliata e forse anche un tradimento della lunga tradizione nella storia americana di persone, animate da una forte fede, che si sono messe a opporsi a situazioni aberranti, come la schiavitù dal 1840, come le condizioni malsane e pericolose nelle fabbriche dell’inizio 1900, come il maltrattamento e rifiuto di riconoscere i diritti civili ai cittadini afroamericani negli anni 1950-1960. Il pastore Jim Wallis, direttore della rivista cristiana progressista Sojourners, qualche anno fa aveva chiesta alla neoeletta senatrice del Massachusetts di parlare a un convegno sulla Leadership. Elizabeth Warren aveva scelto come testo Matteo 25. Wallis aveva commentato: «lei ha veramente predicato il testo, lo conosceva bene, e l’ha illustrato molto bene». Forse è arrivato il momento per la candidata alla presidenza Warren, adesso, alla viglia del Super Tuesday e nei mesi successivi, di dichiarare la fede biblica che sta alla base della sua campagna per un’America più giusta, più aperta allo straniero e più resistente di fronte ai poteri economici enormi che cercano a comandare sul suolo della patria?

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