Brexit 2020: il sogno britannico che sfuma

Le ultime (eclatanti) novità di un Paese che ha scelto di uscire dall'Europa lasciando fuori più di quello che ci si immaginava

Una questione reale

23 Giugno 2016. Una data che probabilmente non ci ricorda molto, ma le cui conseguenze sono sulla bocca di tutti - soprattutto negli ultimi mesi e lo saranno ancora di più in quelli a venire. Iniziò proprio allora in Inghilterra l'epopea del referendum popolare; il momento storico in cui, chiedendo ai cittadini britannici se preferissero uscire dall'Unione Europea o meno, l'esito fu sorprendentemente positivo.

La Brexit divenne improvvisamente concreta sotto gli occhi di tutti. Figlia di campagne dai toni sensazionalistici e più di promesse che spiegazioni, è diventata una questione reale solamente in questo 2020.

Ma quali sono le prossime tappe, e quali conseguenze tangibili che colpiranno tutti quelli che inglesi non sono e quindi anche i nostri connazionali che nel Paese della Brecht ci vivono, lavorano oppure sognano di andarci?

La fase di transizione

Dopo più di 3 anni di trattative e altrettante proroghe per i tempi di uscita richiesti all'UE, il Regno Unito ha ufficialmente avviato il processo di Brexit il 31 Gennaio scorso. Questo a seguito della ratifica approvata il 29 Gennaio a larghissima maggioranza degli europarlamentari. Con l'inizio di Febbraio 2020 si è dato il via alla prima “fase di transizione”, ovvero il periodo in cui il Regno Unito e l'UE cercheranno di definire i nuovi rapporti reciproci; il Paese oltre-Manica e i 27 Paesi membri dell'UE dovranno cercare accordi su tutti i temi, tra cui commercio, sicurezza e cooperazione giudiziaria, istruzione, energia, welfare, lavoro e cittadini stranieri. Un periodo che, salvo proroghe, durerà fino alla fine del 2020 e che prevede la permanenza momentanea del Regno Unito nell'UE, pur non potendo prendere parte alle decisioni politiche.

Nuovi stranieri

Cosa succederà, però, dopo la vera e propria Brexit? Ancora non si hanno molte certezze, come già detto gli accordi si andranno a definire quest'anno, ma la discussione ha acceso i suoi riflettori sulle condizioni nuove dell'ambito di lavoro e soggiorno nel Paese. Oltre 700.000 nostri connazionali, infatti, vivono e lavorano nel Regno Unito (grossomodo la popolazione di Bologna e Firenze messe insieme), e a seguito delle ultime novità potrebbero trovarsi nelle condizioni di diventare a tutti gli effetti dei cittadini stranieri. Per chi risiede nel Paese da diverso tempo, non dovrebbero esserci molti problemi: per ottenere il “permesso di permanenza”, che garantirebbe, tra le altre cose, l'accesso alla sanità pubblica inglese, bisognerà aver iniziato a vivere nel Paese entro il 31 Dicembre 2020 (salvo proroghe) e aver ivi vissuto continuativamente per almeno 5 anni. Chi non avrà “accumulato” sufficienti anni potrà comunque fare richiesta per un “pre-permesso”, che si concretizzerà dopo i termini stabiliti.

Il sogno britannico

Come ben sappiamo, fino a oggi il Regno Unito, e specialmente le grandi città come Londra, Manchester, Liverpool, hanno attirato soprattutto molte persone alla ricerca del “sogno inglese”, ovvero la possibilità di spostarsi in un Paese molto più multiculturale e in cui non mancasse la richiesta di lavori senza troppi requisiti. Sono tantissimi i giovani che trasferendosi e trovando lavoro nel settore della ristorazione, per esempio, hanno imparato una nuova lingua e sognato la scalata sociale e la rivincita lavorativa per cui hanno abbandonato l'Italia (e altri Paesi di provenienza).

Una possibilità a punteggio

Ma dal 1 Gennaio 2021, come potrà continuare questo sogno britannico?

A quanto pare si sta prevedendo una sorta di accesso “a punti”: immigrati laureati, professionisti, che parlano bene la lingua e che possono dare molto al Paese non dovrebbero avere grossi problemi. Gli altri potrebbero non avere un accesso così semplice.

Servirà un visto di lavoro con diverse voci e l’assegnazione di punteggi specifici: per poter “entrare” bisognerà raggiungere quota 70 (le regole sono state rese note dal Governo inglese stesso): tra le voci obbligatorie ci sono la conoscenza della lingua inglese, una certificazione per il proprio lavoro ed essere stati convocati da un'azienda che abbia l'intenzione di assumervi. Con queste “voci spuntate”, si raggiungono in ogni caso i 50 punti appena. Punti bonus sembrano essere previsti per i lavori di cui c'è una grande richiesta interna e per mansioni ben retribuite (a cui, ovviamente, l'accesso è più difficile). Analizzando con un attimo di lucidità la situazione, sarà molto difficile soprattutto per i giovani accedere agli stessi lavori che permettono ora di credere nel “sogno inglese”: sarà infatti più difficile che un'impresa nel settore della ristorazione, per esempio, convochi un cittadino dell'Europa continentale per assumerlo.

Fuga di cervelli, ricerca di sogni

Se la situazione scaturisce dubbi o obiezioni, sarebbe utile fermarsi a riflettere su una cosa in particolare: il sistema italiano di accesso per chi vuole lavorare, per cittadini extra-UE, non è assolutamente meno rigido di quello che probabilmente subiremo prossimamente: in Italia, infatti, l'ingresso è permesso solamente a quote ben stabilite dal “decreto flussi”, per il lavoro subordinato, mentre per il lavoro autonomo i requisiti sono comunque importanti, dovendo disporre di risorse adeguate, di requisiti per la mansione che si svolge, di una locazione adeguata e un reddito annuo superiore a una quota definita. D'altro canto, mai come in questi anni si sente parlare di fuga di cervelli, di giovani neolaureati e non che abbandonano il nostro Paese. Giovani su cui il precario sistema di istruzione italiana ha investito, e che ha formato, e che proprio per questo non si accontentano di lavori saltuari, in nero, mal pagati o non idonei a quello per cui studiano da tutta la vita. La fuga di cervelli, che poi è la fuga dei giovani, è un problema veramente serio in Italia, ma va capito nella sua semplicità: chi se ne va lo fa alla ricerca di quello che per i nostri nonni o bisnonni è stato per esempio il sogno americano, il Canada, il Sud America: non si va sempre via per bisogno. Spesso si va via per sognare, per cercarsi possibilità, nuovi spazi, ambienti migliori, posti in cui potersi costruire (fisicamente e non) quello che tutti, alla fine cerchiamo: una casa.

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