Scorta mediatica per Paolo Borrometi, minacciato di morte

«Da soli siamo nulla, insieme ce la possiamo fare» dice il giornalista Borrometi sotto scorta per le sue inchieste e per l’ennesima volta in tribunale davanti ai capi mafia

Nato a Ragusa il Primo febbraio del 1983 «ma orgogliosamente Modicano», Paolo Borrometi studia al Liceo Classico «Tommaso Campailla» di Modica e poi si laurea in Giurisprudenza. Tre sono le sue grandi passioni: gli affetti, la scrittura e  il giornalismo. 

Il 29 marzo del 2009 pubblica il suo primo romanzo: Ti amo 1 in più dell’infinito…. A fine 2012 il secondo libro, Passaggio a Sud Est. Ne seguiranno altri. 

L’ultimo è Un morto ogni tanto: «Ogni tanto un murticeddu, vedi che serve! Per dare una calmata a tutti!», nelle intercettazioni l’ordine è chiaro: Cosa Nostra chiede di uccidere il giornalista che indaga sui suoi affari. Ma questo non ferma Borrometi, che sul suo sito indipendente La Spia.it denuncia, da anni, gli intrecci tra mafia e politica e gli affari sporchi che fioriscono all’ombra di quelli legali: dallo sfruttamento e dalla violenza che si nascondono dietro la filiera del pomodorino Pachino Igp, allacompravendita di voti, al traffico di armi e droga, alle guerre tra i clan per il controllo del territorio. 

Le inchieste di Borrometi compongono un quadro chiaro e allarmante, di una mafia sempre sottovalutata: quella della Sicilia sud orientale.

Dal primo ottobre 2019 Borrometi è nominato vicedirettore dell’Agenzia Giornalistica Italia (Agi). Una attività giornalistica iniziata nel 2010 collaborando con il Giornale di Sicilia, per poi passare all’Agi e a Tv2000. 

Giornalista pubblicista dal gennaio 2013 e professionista dal gennaio 2017. Dal 21 dicembre del 2017 è il nuovo Presidente dell’Associazione Articolo21 liberi di...

Il 10 aprile del 2018 nell’ordinanza del Gip di Catania è reso pubblico il tentativo di attentato di cosa nostra, con particolari agghiaccianti, nei confronti di Paolo Borrometi.

L’attentato al giornalista, secondo quanto si legge nell’ordinanza, che ha portato all’arresto di quattro persone, doveva essere realizzato dal clan Cappello di Catania su richiesta del clan Giuliano di Pachino.

Da allora, Borrometi vive con la «sua» scorta, i «suoi angeli» ogni momento della sua vita.

Riportiamo l’articolo pubblicato da Borrometi su Articolo21.org.

Difficilmente dimenticherò la giornata di oggi. 

Avevo dormito poco la scorsa notte; non esistono i «super uomini» e comunque io, certamente, non sono uno di loro. 

Sono solo un giornalista che ha tentato di raccontare un territorio, di dare nomi e cognomi ai mafiosi denunciando le loro malefatte, i loro sporchi affari e invitando a denunciare i cittadini. Ogni volta che vado a testimoniare in Tribunale è difficilissimo ma oggi è stato incredibile: le minacce di morte del capomafia di Pachino Salvatore Giuliano e del figlio Gabriele. 

Quella paura matta.

Pensate di trovarvi per un’ora e mezza con il capomafia che ti guarda, ti scruta. Un’ora e mezza di domande e la stanchezza di chi è vittima ed a tratti viene trattato da alcuni avvocati degli imputati come l’imputato.

Credo fortemente nella Giustizia, nella sacralità delle Aule di Tribunale e di chi amministra Giustizia. Ma la stanchezza è tanta. 

Sognavo di fare il giornalista, non di ritrovarmi per la nona volta a testimoniare in una fredda aula di Giustizia. Nell’ennesimo processo – ho perso il conto – per minacce di morte.

Stiamoci accanto, facciamo squadra.

Grazie a chi c’è stato, al mio fraterno amico Vittorio Di Trapani che ha rappresentato la Federazione nazionale delle stampa italiana (Fnsi) con Giuseppe Giulietti e Raffaele Lorusso, e tutti i colleghi ed amici presenti. 

Grazie a Voi, che mi avete riempito di messaggi d’affetto.

Eppure oggi ne sono sempre più convinto: da soli siamo nulla, insieme ce la possiamo fare.

 

 

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