Una confessione di fede frutto della lode gioiosa

Un giorno una parola – commento a Filippesi 2, 11

A lui verranno, pieni di vergogna, quanti si erano adirati contro di lui
Isaia 45, 24

Ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre
Filippesi 2, 11

Questa breve esortazione fa parte del famoso inno cristologico (Filippesi 2, 5-11). Si tratta di una preghiera di lode e di una confessione di fede intrecciati e condensati in poche righe. Infatti, nella prassi della chiesa delle origini non esisteva una vera e propria teologia speculativa. I “generi teologici” praticati all’epoca possono essere sinteticamente riassunti in tre categorie: preghiera, esortazione e confessione di fede.

Nel corso dei secoli lo sviluppo delle teologie speculative hanno chiarito diversi problemi e ne hanno creato parecchi altri. Talvolta può addirittura sembrare che oggi sia impossibile articolare un discorso teologico senza usare un potente apparato concettuale preso in prestito da molteplici scuole filosofiche, antiche e moderne. Ne risente talvolta la predicazione dell’evangelo; spesso incomprensibile al di fuori di un determinato contesto ecclesiastico.

Credo che la necessità di rendere il messaggio pienamente comprensibile a “tutti i popoli” (cfr. Matteo 28, 4) sia oggi particolarmente urgente. In fondo si tratta della stessa sfida affrontata nel II secolo dopo Cristo dalle nostre madri e dai nostri padri nella fede. Tornando ai tre generi teologici menzionati all’inizio, non v’è dubbio che oggi la preghiera debba riappropriarsi del ruolo che le spetta. Una preghiera intesa non solo nel senso della meditazione o della contemplazione ma anche nella sua dimensione di lode che una comunità di credenti esprime insieme e con gioia. Soltanto dalla lode gioiosa può nascere una confessione di fede veramente credibile e convincente.

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