La fede di Giobbe

Un giorno una parola – commento a Giobbe 12, 14

Egli abbatte, e nessuno può ricostruire. Chiude un uomo in prigione, e non c’è chi apra
Giobbe 12, 14

Queste cose dice il Santo, il Veritiero, colui che ha la chiave di Davide, colui che apre e nessuno chiude, che chiude e nessuno apre: «Io conosco le tue opere. Ecco, ti ho posto davanti una porta aperta, che nessuno può chiudere»
Apocalisse 3, 7-8

Siamo nel pieno dei discorsi di Giobbe con i suoi amici non israeliti Elifaz, Bildad e Zofar che lo visitano quando le tragedie colpiscono la sua esistenza. Giobbe è l’emblema del credente che rimane comunque fedele a Dio in qualsiasi circostanza; soffre e si lamenta come ogni uomo, il suo lamento raggiunge la disperazione quando accusa Dio per averlo fatto nascere, ma la sua fede rimane ancora integra. Pur colpito dalle ulceri, affranto dal dolore per la morte di tutti i suoi figli, disperato nel vedersi senza più beni e proprietà, Giobbe esclama: «Il Signore dà, il Signore toglie, sia benedetto il Signore». La fede di Giobbe accetta Dio come creatore, è una fede in un Dio che non tollera malfattori (13, 16) per questo egli nutre la speranza di essere ascoltato da Dio che controlla tutto ciò che avviene, che è presente e tuttavia è assente (cap. 23). Dio conosce i misteri della vita e lui solo può dirigere la storia, definire e determinare il sorgere o la caduta dei popoli e dei regni come evidenzia il versetto proposto dal Lezionario per oggi: «Egli abbatte, e nessuno può ricostruire, può chiudere in prigione, e non c’è nessuno che apre» (v. 14). Le vie di Dio non sono facili da interpretare e comprendere, a volte sono misteriose. L’autore del libro non manca di far apparire gli attacchi di Giobbe contro Dio integralmente umani, sinceri, un tipo di preghiera che rispecchia l’atteggiamento realistico verso Dio dei salmi di lamentazione. Eppure i credenti possono prendere esempio dalla fede di Giobbe e guardare alla sua esperienza, e a come egli si comportò nella prova: soffre senza colpa apparente, dialoga e si “arrabbia” con Dio, ma anche nell’abisso di sofferenza in cui è precipitato, trova la forza di rivolgersi al Signore, di benedirlo e di affidarsi a Lui.

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