Chiese e salute mentale

Negli Usa, diverse chiese hanno ministeri dedicati alla salute mentale: un percorso di formazione e sensibilizzazione per dotarle degli strumenti giusti

Chiese e salute mentale: un binomio forse non immediato, ma che in realtà è molto stretto. Le chiese (e i pastori) sono infatti, spesso, il primo luogo a cui si rivolgono le persone con un problema di salute mentale, o i loro familiari, sottolinea la National Comorbidity Survey 2018, secondo cui quasi una persona su quattro, di coloro che cercano aiuto per un problema di salute mentale, si rivolge prima alla chiesa che a uno psichiatra. Come ricorda il sito della Chiesa metodista degli Usa dedicato ai ministeri per la salute mentale, inoltre, «una persona su quattro tra quelle che siedono nei nostri banchi ha un membro della famiglia che combatte con problemi mentali».

La Chiesa presbiteriana degli Usa (PcUsa) sta lavorando da diversi anni su questo tema, convinta che da un lato occorre maturare la consapevolezza che la salute mentale è parte integrante della salute di una persona, dall’altro le chiese devono prendere coscienza che possono dare un contributo importante, ma per farlo devono essere formate. 

Nella sua ultima Assemblea generale (2018), valutando la situazione a dieci anni dal documento Comfort My People: A Policy Statement on Serious Mental Illness (il testo si può trovare qui) approvato dall’Assemblea generale del 2008, ha avviato una “Iniziativa sulla salute mentale” biennale, dando impulso vari progetti. Innanzitutto, la edizione aggiornata di Comfort My People, poi l’avvio di una ricerca a tutti i livelli della chiesa, attualmente in corso, per raccogliere dati sulla percezione e il livello di sensibilità nelle chiese, i cui risultati saranno presentati alla prossima Assemblea generale del giugno 2020. Inoltre è stato creato un fondo per dare alle chiese locali (ma anche al livello superiore, quello dei presbiteri, suddivisioni territoriali con un proprio organo di governo ecclesiastico, e agli Istituti teologici) sovvenzioni per attuare nuove modalità d’impegno nel ministero della “salute mentale”.

Il progetto forse più interessante però è la creazione di una “rete per la salute mentale” (Presbyterian Mental Health Network), coordinata da un comitato di una ventina di persone, di varia origine e formazione, che si è ritrovato a fine ottobre al Columbia Theological Seminary di Decatur (Georgia) per definire il lavoro dei prossimi mesi. L’obiettivo è creare un centro informazioni rivolto a pastori e membri delle chiese, per aiutare queste ultime (si legge nell’articolo sull’iniziativa) «a camminare in modo compassionevole al fianco di persone che vivono con problemi mentali, a riconoscere la neurodiversità e incoraggiare il benessere mentale», come ha dichiarato il pastore Dan Milford, moderatore del comitato direttivo.

La pastora Rose McCurdy, vicemoderatrice del gruppo, sostiene poi che da quando la notizia di questo nuovo ministero si è diffusa, all’inizio del 2019, la commissione è stata quasi presa d’assalto, come se la gente fosse letteralmente «affamata di questo tipo di ministero», convinta dell’importanza fondamentale di questo tema, ma senza sapere «da dove cominciare o come affrontarlo». Importante quindi offrire risorse e punti di riferimento, a partire dal nuovo sito Internet avviato in agosto.

Il tema della salute mentale è drammaticamente intrecciato, sottolineano i presbiteriani, con altre questioni rilevanti e irrisolte della società americana, quali l’abuso di droghe (una vera e propria “crisi degli oppioidi” di cui avevamo parlato qui), il crescente tasso di suicidi, la violenza armata, razzismo e povertà strutturali.

Uno degli obiettivi del network è contribuire a un cambiamento culturale, aiutando le persone a cambiare il modo di pensare al disagio psichico, infrangendo il muro di stigmatizzazione e tabù legati a questo argomento. Le iniziative della PcUsa vogliono contribuire a diffondere l’idea che «un problema mentale può capitare a chiunque», e agire seguendo quattro concetti chiave: accoglienza, inclusione, rispetto e sostegno.

Non si tratta dell’unico esempio di chiesa attenta ai temi della salute mentale: numerose sono le iniziative della Chiesa metodista unita (citata in apertura), della Southern Baptist Convention, della Chiesa episcopale. Quest’ultima, riconoscendo che spesso i ministri di culto non sono preparati ad avere a che fare con le malattie mentali, ha avviato alla St. Martin’s di Houston, la più grande chiesa episcopale del Nord America, con più di 9300 membri, il Hope and Healing Center and Institute che oggi aiuta gratuitamente 800 persone alla settimana (qui la notizia) e in più fornisce alle chiese (ai loro pastori e leader) programmi di formazione. Nato nel 2012, il centro è cresciuto rapidamente per rispondere alle numerose richieste, non solo della città ma della contea, il cui carcere è considerato, a torto o a ragione, la struttura per il disagio mentale più grande del Texas. Forte delle ingenti risorse economiche e del sostegno di alcuni membri eccellenti, tra cui Barbara e George H. W. Bush e l’allora arcivescovo di Canterbury George Carey, la St. Martin’s ha potuto avviare questa ambiziosa iniziativa che include spazi di incontro, ambulatori, corsi di formazione (rivolti anche all’esterno, ne hanno usufruito per esempio i luterani), creando uno staff di 25 persone.

Il suo approccio olistico ha una visione unitaria della salute mentale, fisica, spirituale e relazionale ed è radicato nelle Scritture stesse, come ricorda l’amministratore Matt Stanford citando Luca 2,52: «E Gesù cresceva in sapienza [mentale], in statura [fisico] e in grazia davanti a Dio [spirituale] e agli uomini [relazionale]». Da qui viene l’ispirazione per una missione di cui c’è disperato bisogno.

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