No a ogni forma di antisemitismo

La Federazione delle chiese evangeliche in Italia decide di dedicare la Settimana della libertà anche a razzismo, xenofobia, sessismo e discriminazione delle minoranze

Una ricerca dell’agenzia ebraica Adl (Anti-Defamation League) ha portato alla luce dati allarmanti sul vecchio e il nuovo del pregiudizio antiebraico, non solo nel nostro paese, ma anche, e in maniera sensibilmente pericolosa, nell’Est europeo. Ora la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei) ha deciso nella sua Assemblea del 16 novembre di dedicare la prossima “Settimana della libertà” (in programma ogni anno intorno al 17 febbraio, data-simbolo che richiama la concessione nel 1848, da parte di re Carlo Alberto, dei diritti civili ai valdesi) proprio a questo tema.

«La decisione – spiega il presidente della Fcei, pastore Luca M. Negro – è stata presa nella convinzione che l’antisemitismo sia un fenomeno mai sopito, che ora anzi si sta rinfocolando in tutta Europa e anche in Italia: riteniamo importante riflettere su questo perché il senso della “Settimana” è sempre stato da ricercarsi nell’idea di lavorare per la libertà di tutti, non solo delle nostre chiese».

Come vecchio e nuovo si intreccino nell’antisemitismo lo spiega Daniele Garrone, docente di Antico Testamento alla Facoltà valdese di Teologia di Roma e membro del Consiglio della Fcei: «Le facce nuove dell’antisemitismo sono quelle di chi accoglie, alimenta e propaga un odioso stereotipo, vecchio di secoli. Nel Novecento l’antisemitismo si è tinto di una dimensione “razziale”, spacciata come oggettiva e scientifica, ma l’odiosa calunnia che “gli ebrei sono la nostra rovina”, che “è colpa degli ebrei” è vecchia di secoli: nel Medio Evo e prima ancora si aizzavano le folle contro gli ebrei, accusandoli di essere diffusori della peste, avvelenatori di pozzi, profanatori di ostie, autori di uccisioni di bambini cristiani. A partire da fine 800, movimenti politici e governi nazionalisti e illiberali hanno bollato gli ebrei come corruttori dell’identità del popolo e dissolutori della nazione. Si scaricava, grazie alla propaganda, la colpa su altri, additandoli al pubblico disprezzo di folle plaudenti. Denigrare gli ebrei e dirottare contro di loro frustrazioni e paure ha sempre avuto una funzione politica: risvolto del trionfalismo cristiano, prima; elemento catalizzatore dell’opposizione alle libertà e ai diritti di cittadinanza, poi; e tutto ciò da parte dei regimi totalitari come da parte di quei cristiani che vedevano, in Germania come in Italia, nella democrazia liberale la dissoluzione dei valori non solo della nazione, ma della civiltà stessa».

Un fenomeno che credevamo di esserci lasciati alle spalle? «Oggi tutto questo ritorna – prosegue Garrone – e ritorna in quell’Europa che è nata anche in reazione agli orrori dell’antisemitismo. I volti nuovi dell’antisemitismo sono quelli di persone i cui nonni o padri avevano detto “mai più” dopo la II Guerra mondiale e che ora, in un tempo in cui la propaganda è molto più efficace che cent’anni fa, tornano a scaricare la crisi che vivono su un nemico, ritenuto potentissimo ancorché minoritario. L’antisemitismo fornisce lo stereotipo sempre pronto, per becere tifoserie come per propagandisti politici o religiosi».

La “Settimana” cade in un contesto nuovo di fragilità delle democrazie, e forse questo la rende ancor più necessaria: «Il senso della Settimana della libertà è estensibile a tutti, perché la libertà e i diritti che abbiamo vanno tutelati – e in un tempo in cui sempre più si parla di democrazie illiberali non è poco – ma comportano anche una responsabilità, una vocazione: usarli anche per agire in favore di chi non li ha o di coloro a cui vengono conculcati. Nulla di più e nulla di meno. La nostra storia di minoranze discriminate, e talora perseguitate, ci impegna a essere vigili contro tutte le parole di odio, di diffamazione, di pregiudizio perché quella stessa storia ci ha già mostrato dove esse conducono, a cominciare da quel che è successo agli ebrei in Europa. Dopo nazismo a fascismo, dovremmo aver capito dove quelle parole conducono tutti».

Per questo, fra l’altro, il testo licenziato dall’Assemblea della Fcei fa riferimento al fatto che «... le parole e le azioni di odio contro gli ebrei sono il primo segnale di una deriva liberticida e di attacco ai principi su cui si basano le nostre democrazie costituzionali».

Da dove devono partire le chiese? «Le chiese devono continuare il cammino che hanno iniziato dopo la Shoah – conclude il prof. Garrone –, cioè riconoscere ed eliminare le visioni antiebraiche che hanno fatto parte per quasi due millenni del loro discorso e propagare tra i propri membri una visione dell’ebraismo non solo serena, ma anche solidale con il popolo ebraico. La storia serve a mostrare dove hanno condotto certi discorsi; la nostra responsabilità è quella di cambiarli».

Un passo ulteriore, in questa direzione, potrebbe consistere nel coinvolgimento di tutte le chiese, un’idea richiamata dal presidente Negro: «Due giorni dopo l’Assemblea della Fcei, che ha deciso questo tema per la “Settimana 2020”, si è svolto a Roma il Convegno ecumenico nazionale promosso dalla Conferenza episcopale, e mi viene da pensare che è stato deciso di attivare un Gruppo di lavoro delle chiese cristiane, che sarà formalizzato tra qualche mese. Ora, sarebbe bello che tra i temi di cui potrà occuparsi questo organismo, ci possa essere anche quello dell’antisemitismo e della riflessione sulle responsabilità che i cristiani hanno avuto in questo senso. Da più di 30 anni, poi, prima della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, si svolge il 17 gennaio la “Giornata” per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei: il mio auspicio è che questa giornata possa diventare una Giornata per il dialogo fra cristiani di tutte le chiese ed ebrei».

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