Diritti umani, l’Italia sotto esame

Comincia il 4 novembre il processo di revisione periodica sul rispetto dei diritti umani in Italia, parte di un percorso globale che riguarda tutti i Paesi Onu. Che cosa ci si può aspettare?

Ogni quattro anni e mezzo ogni Paese membro delle Nazioni Unite viene sottoposto a un esame periodico universale da parte del Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu, uno strumento che permette di stilare un bilancio della situazione dei diritti umani nei Paesi esaminati.

L’Italia è uno dei quattordici Stati che saranno esaminati dal Gruppo di Lavoro durante la sessione che si è aperta oggi e che durerà fino al 15 novembre, durante la quale si valuterà l'adempimento da parte del nostro Paese ai propri obblighi in materia di tutela dei diritti umani. «Se prendiamo in esame il periodo trascorso dall'ultimo esame, cioè quello del 2014 – spiega Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia – le principali preoccupazioni riguardano la criminalizzazione della solidarietà, le violazioni dei diritti dei rifugiati e dei migranti, in particolare nel contesto della cooperazione con la Libia, le debolezze che ancora ci sono nella legislazione in materia di tortura, l'operato delle forze di polizia e la questione dell'accesso alla casa in condizioni non uguali e discriminatorie per i rom».

L’esame periodico non è chiamato a ripartire da zero nell’analisi dello Stato sotto esame, ma si basa su alcuni documenti preliminari, come il rapporto nazionale a cura dello Stato stesso, quello delle Nazioni Unite, che contiene informazioni dai rapporti di esperti indipendenti dei diritti umani, e un documento di terze parti tra le quali istituzioni nazionali indipendenti e organizzazioni non governative, proprio come Amnesty International. Secondo questi materiali, sotto la lente verranno messe le politiche per l’immigrazione e per l’integrazione, i diritti delle persone migranti e dei richiedenti asilo politico, la lotta contro la discriminazione e gli atti razzisti, la tutela delle minoranze etniche, i diritti delle donne e dei bambini e la violenza di genere, il sistema giudiziario e penitenziario, la libertà d’espressione e di religione, la lotta contro il traffico d’esseri umani e la formazione sui diritti umani per le forze dell’ordine. «Per alcune materie – prosegue il portavoce di Amnesty – il bilancio può essere positivo: penso al lavoro di ratifica dei trattati internazionali o a questo processo abbastanza lento di creazione di un'Autorità nazionale per i diritti umani. Però su altre questioni non ci sono stati passi avanti. Anzi, c’è un clima culturale di scontro, di contrapposizioni, di narrazione odiosa e di odio vero e proprio e di contrasto anche alle iniziative che vengono assunte per cercare di evitare la propagazione dell'odio, basta vedere le polemiche recentissime sulla cosiddetta commissione Segre. Inoltre, soprattutto nell'ultimo anno il rapporto tra l'Italia e gli organismi di controllo dell'Onu sui diritti umani si sono fatti molto tesi, a volte si è respinta proprio l'idea che ci sia un monitoraggio internazionale sui diritti umani in Italia. Questo certamente è un fatto negativo».

L’esame periodico universale è un processo unico nel sistema delle Nazioni Unite, che permette un’analisi periodica della situazione dei diritti umani in ognuno dei 193 paesi membri attraverso un meccanismo di controllo reciproco, che si basa sulla nomina di tre Paesi a rotazione, che a loro volta nella sessione successiva saranno sottoposti a esame. In questo caso, saranno Australia, Slovacchia e Sudafrica a prendere in carico il ruolo di relatori.

Ma che cosa ci si può aspettare da questo processo? La volta scorsa l’Italia aveva ricevuto 186 raccomandazioni e ne aveva accettate 176. Tuttavia, la loro attuazione è considerata insufficiente da diversi punti di vista. «Il punto debole – ricorda Noury – è proprio questo: l’esame periodico universale presuppone la buona fede da parte degli Stati, presuppone la volontà di migliorare la situazione dei diritti umani attraverso un confronto da Stato a Stato. Il rischio è che sia una procedura rituale, e che non ci sia effettivamente la volontà di migliorare la situazione dei diritti umani. È un peccato, perché questa resta una delle pochissime occasioni, se escludiamo le sentenze giudiziarie degli organi internazionali, in cui gli Stati possono essere chiamati a rispondere e a rispondersi gli uni con gli altri sul loro operato domestico in materia di diritti umani e anche di informare sugli eventuali progressi fatti. Andrebbe presa sul serio, e vedremo alla fine di questa sessione se l'Italia l'avrà presa sul serio o meno».

L’adozione del rapporto sull’Italia è prevista per l’8 Novembre alle ore 15.