Si parla di aborto in Irlanda del Nord

Potrebbe entrare in vigore la legge britannica, assai più liberale di quanto gli irlandesi siano disposti ad accettare: la reazione delle chiese cristiane

leader delle principali chiese cristiane dell’Irlanda del Nord hanno diffuso nei giorni scorsi una dichiarazione congiunta su un tema assai complesso dal punto di vista etico e giuridico. Il Paese, già alle prese con la questione della Brexit, si confronta infatti sull’estensione all’Irlanda del Nord della legge del Regno Unito sull’aborto, ammesso fin dal 1967 e consentito fino alla 24ma settimana (è il limite più alto a livello europeo, insieme ai Paesi Bassi).Anche nella vicina Repubblica d’Irlanda, in seguito al referendum del 25 maggio dello scorso anno, seppur con limiti diversi, l’aborto è consentito fino alla dodicesima settimana. Nell’Irlanda del Nord, invece, finora l’interruzione di gravidanza era illegale, anche in caso di stupro, incesto e gravi malformazioni o malattie del feto, concesso solo in caso di rischio per la vita o la salute psico-fisica della madre. 

Un recentissimo pronunciamento della Corte suprema di Belfast (la notizia è del 3 ottobre) ha dato ragione a una giovane donna costretta ad abortire a Londra (il paradosso della situazione è che per abortire ci si può recare nel Regno Unito, dal 2017 a spese del Sistema sanitario nazionale) dopo il rifiuto dei medici irlandesi, che avevano riconosciuto che il feto non sarebbe sopravvissuto alla nascita, ma avevano comunque negato l’interruzione di gravidanza. La Corte ha ritenuto che la limitazione vigente nell’Irlanda del Nord violasse i diritti umani e fosse in contrasto con l’impegno del Regno Unito in tal senso. 

Non tutti però sono di questo avviso e anzi, chiamando in causa proprio i diritti umani, esprimono posizioni opposte. Molti hanno visto l’estensione della legge britannica come un’imposizione, che non tiene conto del contesto socio-culturale irlandese. Nel corso dell’estate ci sono state manifestazioni anti-aborto, è nata una petizione online su change.org che ha raccolto più di 5400 firme, e ora a prendere la parola sono stati i leaderdelle principali denominazioni cristiane del paese: anglicana, metodista, cattolico-romana, presbiteriana e il Consiglio delle chiese  d’Irlanda.

Nel comunicato (lo si può trovare ad esempio sui siti della Chiesa metodista irlandese e di quella presbiteriana) esprimono grave preoccupazione perché «non è dimostrato che questi cambiamenti riflettano la volontà della gente, in quanto questa non è stata consultata […]». I leaderesprimono la loro grave preoccupazione che l’imposizione della «legislazione di Westminster» possa negare alcuni aspetti fondamentali quali «la protezione per il bambino non ancora nato fino alla 28ma settimana [, una] specifica protezione per quelli con disabilità e non proibisca un aborto basato sul sesso del nascituro».

Hanno quindi identificato nel weekend del 12 e 13 ottobre un momento di preghiera particolare «per la protezione dei bambini non ancora nati e anche per le donne che devono affrontare gravidanze difficili e impegnative», e inoltre hanno esortato i loro membri a partecipare alla petizione su change.org sopra citata.

Richiamando la sovranità dell’Irlanda del Nord nel prendere decisioni che la riguardano, e venendo al nodo politico della questione, esortano i membri delle loro chiese a fare pressione sui politici locali, hanno chiesto al Segretario di Stato (auspicando un incontro diretto) di riaprire il Parlamento entro il 21 ottobre e trovare una soluzione condivisa e accettabile anche a nome di «coloro che non hanno voce in questo dibattito».

La questione della data è tutt’altro che formale: si tratta infatti del termine stabilito dal Parlamento del Regno Unito, lo scorso luglio, con il Northern Ireland (Executive Formation and Exercise of Functions) Bill,con cui ha deciso di estendere al nord dell’isola un pacchetto di leggi sui diritti civili che includono, oltre all’aborto, anche il matrimonio fra persone dello stesso sesso. A meno che, appunto, entro il 21 ottobre il Parlamento di Stormont (cui sono demandate alcune materie come il lavoro e la sanità) riapra i battenti dopo due anni e mezzo di chiusura, formi un nuovo governo e respinga la legge.

Eventualità tutt’altro che scontata, visto il clima di incertezza portato dalla Brexit e le altre questioni che in questi mesi dividono i politici nordirlandesi, come il “confine morbido” tra la Repubblica d’Irlanda e il Nord Irlanda, che consenta a quest’ultima di restare nel mercato europeo nonostante la Brexit. La riapertura del Parlamento nordirlandese, se ci sarà, si prospetta movimentata.

Interesse geografico: