Povera scuola!

Le aule raccontano storie di dedizione alla causa, ma intanto devono fare i conti con le carenze strutturali e con una politica che rinuncia al proprio ruolo di formare le giovani generazioni

Per una volta sarebbe bello inaugurare un articolo sulla scuola citando non una ma dieci, venti, cento belle notizie e probabilmente, se cercassimo attentamente, di belle notizie ne troveremmo anche di più. Troveremmo notizie che parlano di progetti riusciti, di alunni che hanno raggiunto il pieno successo formativo, di classi inclusive, di aule ripulite e riverniciate, di scuole plastic free, di atelier creativi, di laboratori di falegnameria, di aule digitali, di nuove biblioteche a scaffale aperto con prestito a domicilio. Ma non solo: le belle notizie ci racconterebbero di scuole che organizzano eventi pomeridiani e serali dedicati alla genitorialità responsabile, di scolaresche che fanno viaggi di studio a Sarajevo per studiare la storia del secolo scorso, di alunni che risolvono i conflitti attraverso strategie nonviolente, di genitori che organizzano, con la collaborazione di agenzie del Terzo settore, feste solidali di quartiere e di sportelli di informazione per nuovi arrivati in Italia.

Fantasia? No: tutte queste belle notizie sono reali e non è difficile trovarne conferma sul web o sulle pagine di cronaca locale dei quotidiani. Tutte però hanno un unico comun denominatore: sono promosse e organizzate da persone volenterose, motivate, tenaci, ostinate. Quando leggiamo le buone notizie sappiamo che i protagonisti di queste storie sono genitori, docenti, dirigenti scolastici, volontari di associazioni, bravi amministratori e alunni e alunne con un comune cromosoma: quello dell’amore per la scuola pubblica, della speranza, dell’impegno civile, della lotta per la legalità e l’ambiente. Tutti hanno in mente una visione e la perseguono con forza e determinazione: sono convinti che ciò che fanno non è destinato a spegnersi nell’arco di una stagione e sanno che il loro impegno darà i suoi frutti e che questi frutti saranno buoni. Questi frutti si chiameranno cittadini informati, uomini e donne responsabili, lavoratori affidabili e preparati, genitori attenti e consapevoli. Lo fanno per costruire una società più giusta, perché vogliono che i loro figli e figlie abbiano un futuro migliore.

Accanto alle buone notizie, tuttavia, ne potremmo citare altre cento di pessime. I docenti degli alunni diversamente abili senza specializzazione sono il 50%, un’aula su tre è fatiscente, le segreterie scolastiche sono senza personale competente, la maggior parte dei docenti non ha una preparazione pedagogica e didattica. Quest’anno saranno 150.000 i docenti precari cui sarà assegnata una cattedra. Un esercito di precari che a giugno lascerà la scuola e che per campare gli ultimi mesi chiederà il sussidio di disoccupazione.

Ma le notizie sul sistema scolastico italiano sono anche peggiori. La prima ce la ricordano i dati sugli abbandoni scolastici: nel 2017 la percentuale tra i 18 e i 24enni che ha abbandonato gli studi è del 17%. E la seconda riguarda i giovani che proseguono gli studi, che restano faticosamente all’interno del sistema di istruzione e raggiungono la laurea. Questa pattuglia di eroi ed eroine ricorda i salmoni canadesi, che risalgono la corrente tra mille insidie e pericoli: sono il 25 % rispetto a una media europea del 38% e tra questi solo sei su cento sono figli di genitori senza un titolo di studio. Come dire che la scuola non contribuisce a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale e l’istruzione è e rimane un fattore ereditario. Anche la letteratura specifica sottolinea questa situazione pubblicando libri dai titoli catastrofici che denunciano le pessime condizioni del sistema scolastico italiano. La nostra è una scuola che non riesce a correggere le diseguaglianze, non guarisce l’ignoranza, alimenta la rabbia, genera demotivazione.

La scuola non è solo sotto attacco: la scuola è un bersaglio e un territorio di caccia. Le famiglie hanno frainteso il diritto alla partecipazione con l’ingerenza, la cooperazione con la rivendicazione di interessi privati ed egoistici. I governi la utilizzano come esercizio di retorica, bacino di consenso o per rastrellare risorse per risanare i conti pubblici. La scuola italiana ha bisogno di molte cose. Soprattutto ha bisogno di una nuova strategia, di un nuovo orizzonte che la ponga al centro del disegno di una società futura, più equa e più sostenibile. Non servono proclami che assicurino aumenti di stipendi e la fine del precariato; non serve una nuova riforma che rifaccia il trucco ma non cambi la sostanza delle cose. Servono certamente più risorse, ma serve anche una rivoluzione didattica che sappia coniugare istruzione, cultura, competenze ed educazione alla cittadinanza. Serve una generazione di insegnanti che sappiano, come registi esperti, gestire emozioni, trasmettere cultura, creare esperienze significative. Serve una cultura politica che ponga di nuovo in relazione scuola e società. Cambiare la scuola si può (come suonava il titolo di un libro del pedagogista Daniele Novara): basta guardare alle belle e tante risorse che già ci stanno dentro. 

 

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