«La parola» di Kaj Munk tra cinema e teatro

Il dramma del pastore protestante danese in scena a Genova

Un famoso dramma teatrale, da cui fu ricavato un film ancor più celebre. Il Gruppo teatrale della chiesa valdese di Genova ha scelto di partire da un importante testo per riprendere la propria attività. Ordet («La parola») del pastore protestante danese Kaj Munk (1898-1944) va in scena venerdì 20 e sabato 21 settembre, rispettivamente alle ore 17,30 e alle ore 21, sempre al tempio valdese di via Assarotti 21. Ne abbiamo parlato con Giorgio Ansaldo, che fa parte di quella comunità e che, dopo gli studi alla Scuola del Teatro stabile genovese e una laurea in Storia dello spettacolo all’Università di Genova, ha fatto del palcoscenico la sua professione, esercitandola anche in sede radiofonica.

«Il Gruppo esisteva già parecchi anni fa – ci dice –, e già aveva messo in scena dei classici come il Canto di Natale di Dickens e successivamente un testo antimilitarista; dopo esserci un po’ persi di vista, quest’anno abbiamo riunito una dozzina di persone ben motivate. In una serie di riunioni ho fatto la proposta del testo di Munk, oppositore del nazismo nella Danimarca occupata, arrestato e giustiziato dalla Gestapo; e la proposta è stata accettata».

– Che cosa possiamo dire della pièce e dei suoi personaggi?

«Il testo mi è venuto in mente proprio pensando al capolavoro che Carl Theodor Dreyer ne trasse molti anni dopo [il dramma di Munk è del 1925, il suo autore viene ucciso nel 1944 e il film è del 1955, ndr], vincendo il Leone d’oro al Festival di Venezia. La visione del film fu il mio primo passo nella conoscenza del mondo protestante: mi colpì la trama, che a modo suo è “shakespeariana”, basandosi sull’antagonismo tra due famiglie protestanti, divise da modi diversi di vivere la fede, che può ricordare in qualche modo la lotta tra i Capuleti e i Montecchi di Romeo e Giulietta; ci sono due giovani (Anders Borgen e Anne Petersen) che, innamorati, vorrebbero sposarsi; ma i due padri (il sarto Petersen, legato a una religiosità severissima; e il vecchio Borgen, uomo dalla fede più “gioiosa”) fanno resistenza. Su questo sfondo si innestano le figure degli altri figli di Borgen, in particolare Johannes che è stato studente di teologia (impossibile non vedere nel dramma il pensiero e le opere di S. Kierkegaard) e a causa degli studi è come impazzito fino, addirittura, a credersi Gesù Cristo. Il terzo figlio, Mikkel, ha perso la fede. Sono tre situazioni di vita familiare molto ben delineate: per questo il film e la messa in scena teatrale possono coinvolgere anche chi non sia credente. I membri di chiesa coinvolti come attori hanno trovato una bella rispondenza con i personaggi, perfino con una certa vicinanza esteriore agli interpreti del film: e tuttavia sarà una messa in scena scarna, basata sull’economia della forma, proprio per mettere in evidenza le parole (in questo caso proprio la parola) e non il contorno».

– La svolta drammatica della vicenda si ha quando Inger, moglie di Mikkel, partorisce un bambino morto, e poi muore ella stessa: a questo punto, nella disperazione del marito, della figlioletta e del vecchio suocero, Johannes, ritenendo di poter operare come Gesù Cristo, opera una resurrezione invocando “la parola”. Il film di Dreyer, con grande pudore, non mostra questo atto, ma il sorriso che torna a illuminare il volto della bambina. Come si può rendere a teatro una scena di questo impatto emotivo?

«Se si guarda al film escludendone la dimensione della fede, è logico definirlo “surreale”, come fece Giovanni Grazzini, critico cinematografico del Corriere della sera. La bimba invece ha uno sguardo che è quello della fede: siccome è convinta dalle parole dello zio, sorride, come se il risveglio della madre fosse cosa più che normale. Teatralmente sarebbe stato impossibile rendere il “primo piano”, e allora abbiamo scelto di rendere questa sorta di miracolo in una forma “corale”: tutti sono presenti in scena di fronte alle spoglie di questa donna, e sulle loro facce si dipinge lo stupore ma anche la fede nella vita, che hanno i credenti. Così abbiamo aggiunto la parola “vita”, alla fine, pronunciata dal marito, che fino a quel momento non credeva. Ora la fede si fa largo in lui, che avanza sul palco e dice questa parola, con cui si chiude il dramma: in fondo Dio è amore e amore è vita. Mikkel ritrova non solo la moglie, ma anche la propria vita come credente».

Foto:statua di Munk, scatto di Insights Unspoken
 

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