Tabitha, la sartoria solidale

Zimbabwe. Giunte a destinazione le macchine da cucire e i materiali a corredo per allestire la sartoria in un quartiere periferico della capitale Harare. Il progetto è da anni seguito dalle chiese battiste italiane

L’idea di costruire una sartoria solidale per dare lavoro a vedove senza mezzi e consentir loro di sostenersi con i loro figli venne nel 2010 a Paolo Meloni della chiesa battista di Cagliari, rappresentante di macchine da cucire semi-industriali, che aveva già fatto in passato un’esperienza simile in Kenya. Il progetto denominato Tabitha, che si inquadra nell’ambito del «Progetto Zimbabwe dell’Unione cristiana evangelica battista d’Italia» attivo dal 2006, ha preso il nome da un personaggio degli Atti degli apostoli, Tabitha appunto, una discepola e una sarta molto attiva nella chiesa di Ioppe della quale si racconta la guarigione ad opera dell’apostolo Pietro (Atti 9, 36ss). 

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In questi anni a piccoli passi la visione ha preso corpo in un edificio che è stato costruito su un terreno messo a disposizione dalla Chiesa Battista Emmanuel, situata in un quartiere periferico e disagiato della capitale Harare. La realizzazione del progetto ha preso tempo perché le disposizioni di legge per costruire a norma questo tipo di impresa in Zimbabwe sono molto rigorose, i materiali di costruzione costosi (abbiamo rifiutato la costruzione del tetto in eternit, lì ancora legale, ma pericoloso), la burocrazia macchinosa e i fondi limitati. Il tutto è stato fatto esclusivamente con i doni delle chiese (non sono stati utilizzati fondi 8x1000), e in modo consistente dalla chiesa battista di Cagliari. La sartoria, che sarà ufficialmente inaugurata nei prossimi mesi, quando una delegazione si recherà in Zimbabwe per supervisionare l’insieme del progetto, è formalmente di proprietà della Chiesa Battista Emmanuel, ma sono allo studio forme di gestione da affidare direttamente alle lavoratrici.

Il Progetto Zimbabwe Ucebi attualmente consta anche di un Programma di adozioni a distanza di orfani ed orfane denominato «Una vita – Un dono» e di un consistente sostegno ad un Ospedale e sei ambulatori di una zona rurale del paese. 

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