Brexit, la bufera è vicina

Ultime settimane per scongiurare un'uscita "dura" dall'Unione Europea del Regno Unito: sarebbe una tragedia per le nuove generazioni

«Un atto di guerra civile», «l’inizio della fine del Regno Unito», «Gli anni ‘20 del duemila come gli anni ‘20 del millenovecento»: Le iperboli sulla stampa, sui social e tra amici imperversano e non accennano a diminuire. Il dramma della Brexit, ovvero la prevista uscita del Regno Unito (UK) dall’Unione Europea (UE), si colora di tinte forti in questo scorcio d’estate. L’annuncio del primo ministro Johnson di ridurre i giorni di dibattito parlamentare prima della scadenza del 31 ottobre, ha scatenato un accenno di bufera sebbene, per ora, sia solo vento.

Come siamo arrivati a questo punto? Si potrebbe partire dal 2008: la crisi finanziaria mondiale che innesca una lunga serie di misure atte a limitare il tracollo finanziario. Siamo agli sgoccioli di un lungo periodo di governo laburista, stremato dalle avventure belliche in Iraq e Afghanistan. Nel 2010 le elezioni portano al potere una coalizione conservatrice-liberale che subito mette in atto un programma di austerità con graduali ma sempre più profondi tagli alla spesa pubblica. Questi hanno l’ovvio effetto di un peggioramento dei servizi, soprattutto per quelle fasce più vulnerabili nel paese. La coalizione scricchiola e alle elezioni del 2015 i Conservatori promettono un referendum sulla questione dell’appartenenza all’UE con il chiaro scopo di arginare lo spostamento di voti verso il partito populista extraparlamentare dell’Ukip, il cui solo scopo è l’indipendenza dell’UK dall’UE. La prima parte di questa mossa machiavellica funziona: i Conservatori riprendono il potere, senza bisogno degli (ex) alleati Liberali. Forse per l’ultima volta in tanti anni mantengono una promessa: avviano un referendum consultivo. È la seconda parte del piano che va storta: malgrado il governo e le opposizioni facciano una campagna contro la rottura con l’UE, il front del Leave (“Lascia”) vince ilvoto del 23 giugno 2016 di un margine piccolo, ma chiaro (circa 52% contro il 48%).

È essenziale ricordare come si è svoltala campagna referendaria: il Leave usò l’efficace leva della protesta contro le “élite”– percepita da ampisettori della società – sul tema della xenofobia, che attribuisce agli immigrati stranieri tutti i problemi che invece sono il risultato di sei anni di politica di austerità; il Leave fece promesse mendaci su presunti immensi risparmi che sarebbero risultatidall’interruzione ai contributi all’UE; infine fece leva sulle paure ingenerate da tutta una serie di menzogne propagandistiche. Il tutto condito da un senso di retorica che volge lo sguardo a passate glorie imperiali (vere o immaginarie) al senso (del tutto immaginario) di aver vinto da soli il nazifascismo nella Seconda Guerra mondiale. 

Così sono trascorsitre anni dal referendum, anni in cui il Governo, il Parlamentoe tutto il paese si è spaccato. Da una parte, una cospicua porzione dell’elettorato che a tutt’oggi si rifiuta di accettare la validità del risultato referendarioe la sua bontà per il paese. Dall’altra, un Governo e un Parlamento che non possono trovare un accordo su come attuare il piano della Brexit. La rottura all’interno del Partito conservatore ha portato alle dimissioni della leader (May) e alla nomina di Johnson, che cavalca l’onda estrema della destra nazionalista inglese promettendo di fare di tutto: «Do or Die» (Falla – sottintesa la Brexit– o muori!). E per uno come me, che da piccolo ha ancora intravisto sui muri scalcinanti delle case nelle valli valdesi le scritte del duce, la retorica dei brexiter è fascista. 

Dunque, arriviamo all’uscita il prossimo 31 ottobrePer tagliare il traguardo, Johnson ha usato un cavillo non scritto della Costituzione, che gli permette di chiudere le attività parlamentari per vari giorni prima della presentazione del nuovo piano di governo. Maiprima d’ora è stato mandato il Parlamento “in vacanza” in un momento tanto critico e cruciale, e mai come ora c’è in Parlamento, seppure frammentata – una maggioranza contraria a una “Brexit senza accordo”.

Questi, in sintesi, i fatti. Difficile riassumere in poche righe la complessità del dramma vissuto da tutti quelli che si oppongono alla Brexit, da quelli che vivono nel Regno Unito e che non hanno avuto voce in tutto questo. Parlo dei milioni di cittadini dell’Unione Europea che rischiano di perdere tutta una serie di diritti per loro e i loro familiari. Penso anche a tutta una fascia di giovani (e meno giovani) britannici che perderanno opportunità, libertà, diritti di viaggio, permanenza, assicurazione, pensione ecc. E si ritroveranno con le ali tarpate su un’isola in un angolo nord-occidentale della massa continentale euroasiatica. 

Quello che mi spaventa è assistere alla corruzione di un paese che è stato (e che potrebbe continuare a essere) all’avanguardia nell’integrazione culturale e umana, integrazione pacifica e positiva. Un paese che nel giro di qualche anno sembra aver sdoganato la xenofobia, il razzismo, l’insularità. Quello che trovo agghiacciante è vedere delle avvisaglie antidemocratiche che l’opposizione Parlamentare è inspiegabilmente incapace (finora) di contrastare. 

Il futuro promesso dai brexiter non esiste. È un futuro chiuso, anzi aperto allo sfruttamento di poteri esteri ben più forti e malevoli. Poteri che comprano e vendono quello che vogliono, senza alcuna legittimazione democratica. La speranza è che nelle battaglie parlamentari ed extraparlamentari delle prossime settimane queste voci si faranno più efficaci. Per ora il vento soffia, e preannuncia tempesta.

Foto: murale di Bansky

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