Il rosario in aula

Anche da parte della stampa si fa confusione sulla laicità dello Stato

Non è la prima volta che nelle aule del Parlamento vengono introdotti oggetti “impropri”, dal “tintinnio di manette” ai tempi di Tangentopoli alla più casareccia mortadella per Prodi. Questa volta (sarà per la gravità del momento) siamo arrivati al sacro: crocifissi, rosari, cuori immacolati di Maria sono entrati in campo tra applausi e contestazioni... È stato il ministro Salvini l’iniziatore di questa rinascita popolare (o populista?) della religione, esibendo nei suoi comizi statuette e rosari. E quando il presidente del Consiglio Conte gli ha fatto notare che «queste cose non si fanno» (cioè non si strumentalizzano i simboli religiosi nei comizi), Salvini, che era seduto accanto a lui, ha prontamente tirato fuori dalla tasca un rosario e l’ha baciato.

Mi sono tornate in mente le adunate dei popoli padani indette dal grande capo di un tempo, Umberto Bossi, che, ai piedi del Monviso, celebrava il rito dell’ampolla con l’acqua delle sorgenti del Po che scendeva a irrorare la Padania... Salvini, all’epoca, era già sul palco, pronto per la poltrona... Dobbiamo riconoscere che con lui la religione cattolica ha fatto un bel passo avanti: al posto dei riti pagani dell’ampolla, siamo ai rosari, al cuore di Maria, ai crocifissi ...

Un piccolo, ma importante passo avanti, lo ha fatto il senatore Morra, presidente della Commissione antimafia, il quale ha ricordato che, in alcune terre del Sud, i rosari sventolati in pubblico non sono soltanto simboli religiosi, ma spesso anche mafiosi. Mi sono ricordato delle tante madonne pellegrine in processione in tempi pre-elettorali, quando i “picciotti” facevano a gara per portare sulle spalle il pesante seggio mariano, mentre i capi mafiosi assistevano soddisfatti sul “corso” del paese, appuntando sul carro qualche bigliettone da mille lire, ben visibile a tutti...

Fra i tanti commenti sulla giornata che ha sancito la crisi di governo, i più “scentrati” sono venuti dai giornalisti e opinionisti cosiddetti laici. Uno di loro scrive: «crocifissi, rosari, immacolato cuore di Maria, citazioni di papi e vangeli: i simboli della fede sono risuonati più volte nell’aula di Palazzo Madama, tempio laico della democrazia di uno stato laico». Quello che scrive i giornalista è di fatto un pensiero condiviso da milioni di italiani (speriamo almeno che tra di loro non ci siano dei protestanti…) : è l’idea che laicità c’è se non si parla di religione. Se sei cattolico non puoi essere contemporaneamente laico e perciò nel tempio laico della democrazia di uno Stato laico, non parli di religione e non agiti i rosari.

A questo punto occorrerebbe una bella riflessione su religioni e fedi, prima di arrivare alla laicità. Mi limito a ricordare che parecchi anni fa, a cura di Domenico Maselli e di Gianni Long, furono pubblicati due volumi che contengono i discorsi in Aula, fatti da senatori e deputati evangelici in Parlamento dal 1850 al 1982 (da Giuseppe Malan a Tullio Vinay). Mi limito a quest’ultimo, che ho conosciuto come pastore e fondatore di Agape. Non c’è un discorso in Aula di Vinay (senatore dal 1976 al 1983, ndr) che in qualche modo non sia anche un messaggio, un testimonianza dell’Evangelo, un appello alla conversione, una predicazione dell’amore di Dio: che si parli di aborto o di finanziamento pubblico dei partiti o di prigionieri in Vietnam. Invadenza della religione in Parlamento? Strumentalizzazione dell’Evangelo? È curioso che negli stessi anni i giovani e non solo loro, cattolici ed evangelici, chiedessero un confronto di posizioni politiche nelle chiese. La fede si vive nella laicità, non nello spazio protetto della religione. Si può essere credenti laici e credenti fondamentalisti...

Per tornare a Salvini e ai suoi simboli: una cosa veramente laica che il Parlamento può fare, e avrebbe dovuto fare da tempo, è rimuovere i crocifissi dalle aule scolastiche (e dai locali pubblici) ed esigere che la Chiesa cattolica paghi lo stipendio agli insegnanti di religione cattolica (oggi a carico dello Stato) e si metta in regola, se non lo è, per quanto riguarda le tasse sugli immobili. Così il Parlamento potrebbe essere non il tempio laico della democrazia, ma più modestamente la casa della Costituzione di uno Stato laico. E perciò democratico.

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