Combattere l’odio con il dialogo

Il nucleo storico delle chiese presbiteriane degli Stati Uniti ha prodotto tre filmati per superare convinzioni e comportamenti intolleranti

Che cosa possono fare le chiese per combattere i “discorsi d’odio” che pervadono ormai tutti gli ambienti della nostra società (su questo tema abbiamo pubblicato qualche giorno fa una riflessione di Emmanuela Banfo)? Non se lo chiedono solo in Italia, ma lo fanno (tra le altre) alcune chiese statunitensi, riflettendo su che cosa significa rispondere all’odio come cristiani. Sono le chiese presbiteriane del Synod of the Trinity, il nucleo più antico della PcUsa ma anche uno dei più grandi, con 1.061 chiese e 144.408 membri, che comprende tutto il territorio della Pennsylvania, la Virginia occidentale (eccetto la sua propaggine orientale, quella “incuneata” fra Maryland e Virginia) e la regione conosciuta come “Upper Ohio Valley”.

Lo staff del Sinodo presbiteriano ha lavorato insieme al Community Responders Network (Crn), una coalizione nata nel 2008 in Pennsylvania e impegnata nella prevenzione e nel contrasto di fenomeni di discriminazione, formata oggi da persone con diversi background religiosi, sociali e nazionali, da ong, istituti educativi e formativi ed enti governativi.

In particolare, hanno chiesto ad Ann Van Dyke, attivista per i diritti civili e formatrice nella Commissione governativa per i rapporti umani della Pennsylvania (Phrc), con un’esperienza trentennale alle spalle, di scrivere tre “sketch”.

Da questi, interpretati dalla stessa Ann Van Dike insieme a lettori non professionisti, sono stati realizzati altrettanti video, poi messi a disposizione su You Tube alla fine di ottobre con il titolo Welcome the Stranger e tre focus, rispettivamente Believed (preconcetti su fede e religioni), Assumed (stile di vita e orientamento sessuale) e The Conversation (stereotipi razziali). I link dei video e di altri materiali di approfondimento sono disponibili qui.

I filmati, di una ventina di minuti ognuno, mostrano come anche il dialogo più benintenzionato può portare a fraintendimenti, affermazioni che confondono e provocano disagio o peggio.

Anche se la scena è fittizia, le domande poste dalla protagonista (una vecchietta molto invadente ma simpatica) sono tutte reali, e al termine il dibattito prosegue con le domande che il pubblico presente rivolge alle “attrici”, una afroamericana, una musulmana di origine indiana, una lesbica, che escono dallo scenario fittizio (un aereo, una sala d’aspetto) per raccontare se stesse, in un confronto molto intenso. Il tutto veniva filmato in diretta, facendo in modo che le emozioni filmate (sorpresa, contrarietà, disagio…) siano reali.

 

A commentare questo interessante lavoro è la pastora Susan Faye Wonderland, membro dello staff esecutivo del Synod of the Trinity in un articolo pubblicato sul sito della PcUsa, in cui emerge la scoperta, da parte dello staff e della stessa assemblea sinodale, «di quanto poco sapevamo di questa realtà. E senza saperne molto, non abbiamo dedicato del tempo per riflettere (e poi agire), su che cosa significa rispondere come cristiani all’odio, e quale sia la risposta».

Proprio dopo l’attentato alla sinagoga Tree of life di Pittsburgh del 27 ottobre 2018 il team presbiteriano si rese conto che «quel fatto orrendo, sebbene di gran lunga il peggiore, non era l’unico. Il comportamento che molti potrebbero pensare venga perpetrato da un gruppo minoritario è molto più vicino a noi di quanto vogliamo sapere».

Da qui l’esortazione di Van Dyke a parlare, quando un gruppo d’odio arriva in città o quando un amico racconta una barzelletta razzista, perché «il nostro silenzio dice ai perpetratori d’odio che tollereremo il loro odio e dice alle vittime che non diamo loro abbastanza valore da indurci a parlare».

Le fa eco la pastora Susan Faye, dicendo che «abbiamo imparato che il nostro silenzio – che molti di noi vedono come la forma adeguata di non-partecipazione all’odio – in realtà apre le porte alla sua diffusione!». Negli incontri organizzati nella scorsa primavera le chiese sono state messe di fronte a una realtà sottovalutata ma diffusa in modo allarmante – i dati del Southern Poverty Law Center parlano di quasi 80 gruppi “hate-related” nell’area che corrisponde al Synod of the Trinity.

Come rispondere dunque, come persone di fede, discepoli di Cristo, tenendo conto che parte di quei gruppi è presente nei banchi delle chiese?

La pastora Susan Faye spiega che «i gruppi d’odio fanno breccia nei più giovani, come le gang, dando loro un posto a cui appartenere. Per quanto perverso possa sembrare, sono i più deboli e giovani a essere presi di mira da questi gruppi, che danno loro un’identità, obiettivi, e si “prendono cura” di loro». Mentre le chiese stanno ad aspettare che questi giovani bussino alle loro porte, osserva, tali gruppi ne hanno preso il posto, diventando una sorta di chiesa di morte. La stessa pastora riconosce di non riuscire a rispondere a conversazioni che racchiudono qualche forma di hate speech, sentendosi «la lingua annodata». Ma, come dimostrano i tre video e i dibattiti a essi legati, il dialogo è il primo passo verso il superamento di pregiudizi, convinzioni e comportamenti intolleranti.

Foto: Welcome the Stranger: Believed (via YouTube)