La virtù del silenzio: ridar valore alle parole

Il contributo di Bruna Peyrot a una ricerca collettiva e interdisciplinare

Il cinema sonoro ha inventato il silenzio. La lapidaria affermazione del regista Robert Bresson ci invita nella sua brevità a una serie infinita di riflessioni. Quando il cinema non “parlava”, poteva suggerirci con le didascalie i dialoghi fra i personaggi, e intanto ci teneva svegli con la musica eseguita in sala. Così poteva rappresentare tutte le passioni in gioco nell’avventura, nell’amore, nella comica. Il pubblico poteva avere una qualche percezione delle parole; ma non poteva avere un’idea dell’... assenza di parole, delle pause, delle sospensioni, del «non-detto»; non poteva percepire il silenzio. Solo quando i film cominciarono a parlare, si poté, per via contraria, capire l’importanza del non-parlare.

Sono ragionamenti che vengono in mente leggendo il lavoro di Bruna Peyrot* dedicato al silenzio e inserito in una collana di testi brevi (ormai una quarantina) che l’editore Mimesis dedica a questo curioso ambiente in cui ci muoviamo, di cui ci rendiamo conto solo in brevi momenti, resi liberi dal rumore di fondo che caratterizza le nostre esistenze. Libri brevi, che però innescano una quantità di altre riflessioni, a partire dalla ricchezza e dovizia di indicazioni bibliografiche, legata in primo luogo alla molteplicità dei campi professionali in cui operano gli autori, fra i quali ricordiamo alcuni filosofi e una nostra firma, Giampiero Comolli.

Bruna Peyrot, con impostazione di storica delle idee ma anche di investigatrice di vecchie e nuove pratiche politiche, ci spiega che il silenzio, lungi dall’essere una “rinuncia” (a parlare, ma soprattutto ad agire), può essere invece un atto d’accusa contro modi di vivere e di comunicare che si stanno svuotando e perdono autorevolezza politica (p. 43). Non solo: «Essere centrati in se stessi nel silenzio permette di aprire sconnessure nel muro di parole vuote di oggi e ritrovare una concatenazione di significati negli eventi intorno a noi», con la consapevolezza che non è sempre stato così: «Un tempo si attingeva a riserve storiche di senso, elaborate da istituzioni come chiesa e stato (...). Oggi ognuno fa per sé. Tuttavia, chi non parla con se stesso, non s’interroga, chi non ha interiorizzato lo stile democratico nella relazionalità ha perso l’abitudine a riconoscere il bene dal male e il lecito dall’illecito» (p. 46).

Quando i conflitti scoppiano, vien da dire, e le tensioni si trasformano in scontri, qualcosa è avvenuto prima: nel periodo del silenzio e dell’ombra (ma dietro ogni ombra c’è una luce, direbbe lo psichiatra Eugenio Borgna), come echeggiano alcuni testi biblici, qualcosa si è mosso ad altri livelli, ci si è interrogati su qualcosa da fare e, in questa lotta interiore, per i credenti, si è «serbata la fede».

Suggerisco un piccolo test: provate a pensare quanti più sinonimi possibili per la parola “silenzio”, perché leggendo li troverete tutti, diversi e contigui, sfumati e cogenti. Servirà anche a riscoprire le molte sfaccettature di questa nostra lingua che rischiamo, nel rumore di fondo, di sottoutilizzare rendendola piatta e scialba.

 

* B. Peyrot, La resistenza del silenzio. Per una proposta politica e democratica. Milano-Udine, Mimesis/Accademia del silenzio, 2019, pp. 50, euro 6,00.

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