L'accoglienza, nonostante tutto

In Niger il Meccanismo per il Transito di Emergenza dell’UNHCR dimostra che una via diversa al trattamento delle persone in fuga da guerra e carestia esiste. Ne parla la responsabile del progetto, Alessandra Morelli

Nella notte del 19 giugno un gruppo di 131 rifugiati è stato evacuato dalla Libia in direzione del Niger nell’ambito del Meccanismo per il Transito di Emergenza (Emergency Transit Mechanism – Etm) gestito dall’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Le persone in questione provenivano da Paesi differenti, ma avevano una cosa in comune: erano passati tutti per i centri di detenzione libici. Solo nel 2019 l’UNHCR ha aiutato 1.297 rifugiati vulnerabili a uscire dalla Libia: 711 sono stati trasferiti in Niger, 295 in Italia, e 291 reinsediati in Europa e in Canada.

Ma la lista dei paesi coinvolti dal Meccanismo per il Transito di Emergenza potrebbe essere più lunga. Questo progetto, attivo dal novembre 2017 ha consentito la messa in sicurezza verso il Niger di quasi 3000 persone. Alessandra Morelli, responsabile dell’UNHCR in Niger, racconta il suo funzionamento: «L’Etm è un meccanismo di evacuazione su base umanitaria e d’urgenza per persone che si trovano attualmente in centri di detenzione libici. Persone sotto il mandato di UNHCR e che provengono da zone in conflitto come Somalia, Sudan ed Eritrea, che altrimenti rischiano di rimanere a vita (con la possibilità concreta di perdere anche la salute mentale) nei centri di detenzione, questi non-luoghi dove i diritti umani, come ormai è assodato, vengono calpestati con continue violenze».

Dal dialogo con le persone che vengono coinvolte nell’operazione emerge come la situazione in Libia, e per estensione per tutti coloro che si trovano a dover fuggire, è molto grave. «Emarginazione, xenofobia, tortura, estorsione, tutto è diventato un business. Sono parole che dovrebbero essere cancellate quando si tratta di descrivere ciò che invece dovrebbe essere il cammino umano. In questo momento ciò che accade in Libia è marginalizzazione di una parte di umanità» spiega Morelli.

Troppo spesso chi fugge cercando qualcosa di migliore si ritrova ammassato in questi «non-luoghi», ed è proprio a partire da questi fatti che l’UNHCR lancia un grido d’allarme e un appello a intervenire per cercare alternative alla detenzione in Libia. «Il Niger ha messo in campo la propria terra, il proprio Paese, ha messo in campo la solidarietà», continua Alessandra Morelli. Non bisogna dimenticare che il Niger ospita migliaia di rifugiati dal Mali e dalla Nigeria ed è attraversato da numerosi sfollati interni a causa di azioni terroristiche in diverse zone del Paese. «Perché l’accoglienza qui tiene come valore, mentre cade in altri paesi e in altre realtà?», si chiede Alessandra Morelli. La catena di cooperazione e di programmazione congiunta con altri Paesi è molto articolata. Una volta che le persone sono state evacuate in Niger, l’UNHCR procede nella ricomposizione della loro identità legale, costruendo un dossier a partire dalla loro storia individuale: il processo si conclude con il riconoscimento dello status di rifugiato, e da questo momento si entra nella via del reinsediamento verso diversi Stati, europei e non.

Conclude Alessandra Morelli: «Il profilo di chi è coinvolto nel Meccanismo per il Transito di Emergenza è quello di persone estremamente ferite, estrememante vulnerabili e bisognose di cura, che è un valore essenziale nella vita umana, dà forma al nostro essere. Siamo nel campo della ricostruzione dell’identità della persona e della sua salute mentale: la violenza e il dolore imposti su questi fratelli e sorelle sono scioccanti». Con la crisi e il conflitto in Libia l’UNHCR ha scelto di intensificare la sua presenza e rafforzare il programma, in modo da portare quella cura e quella solidarietà il più possibile vicino a chi ne ha necessità.

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