«Il traditore»: si affaccia un messaggio ambiguo

Suscita perplessità il film di Marco Bellocchio sulla figura di Tommaso Buscetta

Più che Il traditore avrebbe potuto chiamarlo Il traduttore, vista la notevole quantità di dialoghi in lingua (portoghese e siciliano stretto). Ma la scelta di Marco Bellocchio nel suo ultimo film, dedicato alla figura di Tommaso Buscetta, soldato semplice della mafia siciliana e allo stesso tempo boss dei due mondi, va nella direzione sempre più diffusa nel mondo del cinema, di mantenere alcuni dialoghi in lingua originale. Don Masino, come è chiamato nella pellicola, è stato uno dei maggiori boss mafiosi nel secondo dopoguerra, vicino alle “famiglie” palermitane che si scontrarono con quelle corleonesi durante la cosiddetta “Seconda guerra di mafia”, che portò alla morte alcune migliaia di persone (anche estranee alle famiglie).

Buscetta è stato un criminale, un narcotrafficante potentissimo. Ora il regista si prende la responsabilità di descrivere una persona diversa, che solo nell’ultima scena vediamo compiere un atto di violenza. Durante il film è quasi scontato “tifare” per lui: catturato in piena notte dalle forze speciali brasiliane, torturato dalla polizia del paese sudamericano, estradato con il lusso della prima classe in aereo; e poi ancora le uccisioni dei figli, dei numerosi parenti e la sua decisione di collaborare con la giustizia (con Giovanni Falcone in particolare). I cattivi nel film ci sono: hanno il nome di Pippo Calò, amico di lunga data di Buscetta che lo abbandona uccidendogli materialmente alcuni parenti; di Totò Riina, boss silenzioso e violento; di soldati e capimandamento e di mafiosi “comuni”. La scelta di Bellocchio è poco comprensibile e rischia di far passare un messaggio pericoloso. Il regista dà voce a don Masino che a Falcone disse di non aver mai trafficato droga: di eroina ne fu rinvenuta nel suo deposito, al momento del suo arresto nel 1972, per un valore di 25 miliardi di lire di allora…

Allora un pubblico un minimo informato capirà senz’altro che Buscetta mente, ma per chi conosce poco il fenomeno (perché ha altri interessi, per età anagrafica) il rischio è quello di pensare a Buscetta come a un uomo per bene, che rivendica i “valori” della vecchia mafia (i bambini e le donne non si toccano).

Nel film non si vedono gli ammazzamenti dei servitori dello Stato (tolto Falcone) da parte della mafia, si vede solo il citato Falcone (e Borsellino in un filmato d’epoca) e non si cita neppure il pool antimafia; si vede Buscetta piangere, disperarsi, sentirsi impotente di fronte ad avvocati e altri compari suoi.

Pentito, traditore, cornuto, collaboratore di giustizia, giuda: Buscetta è e rimane quello che era. La pellicola di Bellocchio è stilisticamente impeccabile (come i film di Quentin Tarantino, apprezzabilissimi esercizi di stile) ma trattando un argomento così importante e delicato doveva schierarsi dalla parte dei buoni e dei giusti. Doveva inequivocabilmente condannare il fenomeno mafioso, perché dobbiamo abituarci a ritenerlo un male assoluto, senza sfumature. Buscetta è stato criminale che ha deciso di collaborare con la giustizia svelando molti aspetti poco conosciuti di Cosa Nostra. Ma questo non ci deve far dimenticare che cosa è stato prima.