Non più schiavi, ma figli e figlie di Dio

Un giorno una parola – commento a Galati 3, 26

Il Signore benedirà quelli che lo temono, piccoli e grandi
Salmo 115, 13

Siete tutti figli di Dio per la fede in Cristo Gesù
Galati 3, 26

La grande novità che segnò la vita di Saulo di Tarso fu che da persecutore dei primi cristiani, divenne l’apostolo Paolo, predicatore dell’Evangelo ovvero di quella “Buona Notizia” della salvezza donata da Dio per grazia mediante la fede in Cristo. 

Il messaggio dell’amore di Dio, confidato al popolo d’Israele si aprì a tutti i popoli, a tutta l’umanità. Qui riecheggiano le parole dell’evangelista Giovanni: «a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio: a quelli cioè che credono nel suo nome» (Giov. 1, 12). Paolo scoprì che le chiese della Galazia, una provincia romana nella regione centrale dell’Asia Minore, parte dell’odierna Turchia, pensavano che per essere veri cristiani si dovessero osservare le leggi e i rituali giudaici. Qualcuno faceva fatica ad accettare il fatto che la grazia fosse un dono gratuito.

Così Paolo scrive ai Galati attorno al 49 d. C. desiderando far comprendere che Gesù libera e non rende schiavi. La dignità nuova di cui i Galati e tutti e tutte devono prendere coscienza, è la realtà della “giustificazione per fede”: un rapporto nuovo con Dio, non di schiavitù o soggezione ma di figliolanza in Cristo Gesù. L’Evangelo non è una dottrina o un insegnamento, esso è una forza vitale capace di trasformare l’essere umano. «Quello che importa è l’essere una nuova creatura» (Galati 6, 15).

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