«Se eravamo inclusivi due secoli fa, come possiamo escludere oggi?»

Università e Conferenze nazionali della Chiesa metodista unita degli Stati Uniti ribadiscono l’accoglienza delle persone lgbtqi, contro la linea assunta dalla denominazione

«Se eravamo impegnati nell’inclusione quasi due secoli fa, come possiamo escludere oggi?». Si potrebbe sintetizzare così la posizione delle università americane che hanno deciso di dissociarsi dalla Chiesa metodista unita dopo la decisione, presa pochi mesi fa, dalla Conferenza generale (ne avevamo parlato qui) di scegliere un orientamento “tradizionale” (Traditional Plan) verso l’omosessualità, confermando le parti del Book of Discipline che la condannano, stabilendo sanzioni per quanti celebrassero unioni fra persone dello stesso sesso, e non accettando ministri di culto lgbtqi.

La strada realmente percorsa sembra però essere tutt’altra, per lo meno negli Stati Uniti. A cominciare appunto da due università dell’Ohio, la Baldwin Wallace University di Berea e la Mount Union di Alliance, che nelle scorse settimane hanno annunciato la decisione di scindere formalmente la loro affiliazione alla Umc. Fondate dai metodisti a metà Ottocento (la Baldwin è stata una delle prime ad ammettere studenti senza distinzioni di genere o colore della pelle) sono profondamente radicate nello spirito metodista, come si legge nella dichiarazione della Mount Union, in particolare nell’«impegno per il progresso sociale attraverso la creazione di istituti accademicamente rigorosi, che fossero non settari, inclusivi dal punto di vista razziale, etnico e di genere».

Proprio per questo la decisione della Conferenza generale è stata ritenuta inaccettabile da una consultazione nel corpo docente e fra gli studenti, che ha coinvolto più di mille persone. Sulla base di questo il Consiglio dei due istituti, ribadendo l’impegno verso la cura spirituale dei propri studenti la promozione dell’eredità wesleyana, ha deciso il distacco dalla Umc. Intanto, anche diverse chiese hanno attuato una sorta di “ribellione”: la Conferenza annuale di New York ha ordinato il 9 giugno una diacona lesbica, Lea Matthews, di origine battista e insegnante di inglese nelle scuole pubbliche del Bronx per una decina d’anni.

Consapevole del momento di profonda crisi attraversato dalla denominazione, Matthews ha assunto l’impegno sapendo che molti dei suoi fratelli e sorelle non potevano compiere quel passo e avere lo stesso riconoscimento. La diacona è stata solo l’ultima in ordine di tempo, visto che nell’ultimo mese altre persone lgbtqi sono diventate pastori, anziani o diaconi. La conferenza annuale del Michigan si è espressa apertamente per una maggiore inclusione delle persone lgbtqi nell’ambito della chiesa, anche sulla base di una risoluzione presentata da due giovani delegati alla General Conference, appoggiata dal 68% dei voti.

La conferenza di Baltimora-Washington ha accolto per la prima volta due candidati apertamente gay, lo stesso è accaduto in quelle dell’Illinois settentrionale, dove è stata ordinata una persona transgender non binaria, M Barclay, e del Texas settentrionale, dove è stata consacrata una pastora apertamente gay, Jane Graner, la prima nel sud degli Usa. In quest’ultimo, come in altri casi, si è in un certo senso aggirata la normativa della Umc, che parla dell’esclusione di «omosessuali che si dichiarano praticanti», appellandosi alla condizione di single delle persone consacrate.

Non è certo una soluzione soddisfacente, nell’ottica di una piena inclusione, ma sufficiente ad aprire una breccia in un sistema tutt’altro che compatto.

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