Assalto all'Everest

Tutti in fila per scalare le montagne più alte del mondo, fra troppe improvvisazioni e scarsa conoscenza dell'impresa da affrontare

Ci vuole la crescita, senza crescita saremo sommersi dal deficit, non c'è crescita senza investimenti.. ecc. E' il mantra che ci viene propinato quotidianamente.

In realtà una crescita c'è e anche vigorosa. E' la crescita dell’ignoranza e della stupidità, nei più diversi campi, magari proprio in quelli dove la tecnologia e l'Intelligenza artificiale fanno miracoli. Ma scarseggia il buon senso, anche dove uno non se lo aspetterebbe: ad esempio nell' alpinismo degli “ottomila”. Guardare su internet le fotografie dell'Everest, la montagna più alta del mondo che richiama nomi famosi come quelli dei primi salitori, sir Edmund Hillary con lo sherpa Tenzing Norgay nel 1953, o la prima salita senza ossigeno di Messner ) è allucinante.

Si vedono sulle creste file ininterrotte di cordate impegnate a raggiungere la cima. A tutti i costi senza badare a spese (il solo permesso rilasciato dallo stato del Nepal costa 11.000 dollari.) A tutti i costi compresa la morte o, peggio, l'incidente e i conseguenti complicati interventi per soccorso con frequenti altri incidenti ai soccorritori. Negli ultimi giorni si è raggiunta una media di dieci morti a settimana. Quando si apre una cosiddetta “finestra di bel tempo”, scoppia l'assalto degli alpinisti con le loro guide. La salita è notevolmente facilitata da corde fisse, ma sono inevitabili alcuni passaggi obbligati dove le cordate devono aspettare il loro turno: così trascorrono ore e ore e soprattutto, data la quota molto elevata, viene consumato l'ossigeno delle bombole, essenziale per raggiungere la meta e per iniziare la discesa: proprio questo momento si è rivelato fatale per molti. Nell'ultima finestra di bel tempo di cui le cordate hanno usufruito, sono saliti sull'Everest 123 “scalatori” in un giorno e 200 in un altro, cifre incredibili: una decina fra questi sono morti in discesa, qualcuno nella propria tenda, molti altri per malori tipici della cosiddetta “zona della morte”. Impressionano anche le morti di guide o sherpa, che sono saliti e scesi tante volte con i propri clienti, proprio per via delle lunghe attese.

Come sempre chi decide è il denaro: con i permessi il Nepal ottiene notevoli entrate nel suo bilancio. Gli alpinisti a loro volta investono un bel po' di soldi per l'organizzazione del viaggio, hanno giorni prefissati nei quali “devono” raggiungere la cima. Governo, guide, portatori, agenzie turistiche non son certo favorevoli a modificare lo stato di fatto. L'alpinismo di alta quota non è soltanto quello himalayano, ci sono problemi di sovraffollamento anche per le nostre Alpi, per il Monte Bianco in particolare.

E' in discussione l'opportunità o meno di porre limiti al numero giornaliero di persone che intendono salirlo e che attualmente, solo per la via normale sul versante francese, vanno dai 300 ai 500 al giorno con punte di 1000 persone nei week-end di bel tempo. I posti-letto nei rifugi sono 214. Per regolamentare l'accesso si dovrà possedere un “pass” con il nome della guida. Resterebbero libere da limitazioni le altre vie di salita. I pareri, anche fra guide e alpinisti famosi divergono.

Probabilmente nessuna normativa, ancorché utile, può far tornare indietro: le montagne si sgretolano e i ghiacciai purtroppo si sciolgono non perché siano in troppi a calpestarli. La norma dovrebbe stare dentro la testa, come la buona conoscenza della montagna, la responsabilità, soprattutto il riconoscimento dei propri limiti da parte di chi rivendica la libertà personale. E quando il buon senso non fosse sufficiente, l' alpinista almeno provveda in proprio, con assicurazioni affidabili, a proteggersi dai sempre più frequenti “incidenti”, con le costose richieste di soccorso di cui spesso si abusa.

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