Contro la strumentalizzazione delle periferie

Il caso dei Rom a Torre Maura e delle parole del giovane  Simone hanno riacceso i fari sulle cosiddette marginalità, che tali spesso non sono: il racconto di chi ha vissuto in quel quartiere

Il quartiere di Roma dove sono cresciuto non era dei più belli né frequentati. Eravamo noi ad andare altrove: Centocelle o Tuscolano per comprare scarpe e vestiti, Alessandrino per il supermercato, al centro per i libri. L’unica pizzeria del quartiere usava una pseudo-mozzarella ripugnante: anche per una serata in pizzeria bisognava andare via. Nessuno veniva nel mio quartiere.

Quando c’era l’eccezione, si spargeva la voce. Un giorno, non ricordo esattamente quando, Raoul Bova venne a girare un film nel mio quartiere. Scese dalla macchina, entrò in un bar, e un ragazzo si rivolse alla star, dicendo: «Aò, ma che per caso te sei attore?» «Sì», rispose Raoul Bova. «Be’, anch’io so’ attore», replicò il ragazzo. «Ma che, davèro?» «Essì, so’ a-t-Tore Maura».

Ebbene sì, io sono di Torre Maura, la borgata romana salita recentemente ai disonori della cronaca per l’ignobile cacciata delle famiglie rom, organizzata da gruppi fascisti che, contro ogni logica di civiltà e decenza, sono tollerati dalla legge e dalla popolazione.

Sono cresciuto lì, appena dentro il Grande Raccordo Anulare. Costruita senza alcun criterio urbanistico, una bella collezione di abusi edilizi, era abitata soprattutto da immigrati dalla Calabria e dalla Sicilia, insieme agli immancabili abruzzesi, oltre a chi aveva risalito la Via Casilina dalla Ciociaria. Pochi “romani de Roma”, per intenderci.

A parte una nota palestra di judo, l’unica struttura sportiva del quartiere era il campetto delle monache, dove molti bambini giocavano a pallone. Io non potevo giocarci, perché non partecipavo ai “gruppi” della parrocchia. Non vuoi fare catechismo? Allora niente pallone. Per questo non so giocare a calcio (o almeno ho la possibilità di addossare la colpa della mia goffaggine alle suore!). Idem per gli scout, riservati ai parrocchiani. «Ma che te frega? — mi dicevano gli amici — Vacce, vai ai gruppi, te metti a ’n angolo, fai finta d’ascoltarli e poi giocamo a pallone». «No, non mi va. Se non mi vogliono, non li voglio neanche io». C’era spazio per orgoglio e resilienza a Torre Maura.

D’altra parte, la chiesa non mi mancava, anche se non era a Torre Maura. Ogni domenica i miei portavano me e mio fratello a Ponte Sant’Angelo, la chiesa metodista di lingua inglese davanti al Castello, un’ora di viaggio coi mezzi pubblici. Ogni domenica incontravo il mondo: domestiche filippine e sudafricane, ambasciatori del Gambia e della Sierra Leone, diplomatici americani, olandesi e famiglie italo-anglofone (come la mia). Ricordo un pranzo comunitario a casa di un diplomatico singaporiano; a un certo punto squillò il telefono, erano morti dei Caschi Blu non ricordo più dove; attaccò, fece un altro numero e disse: «New York, Consiglio di Sicurezza». Le Nazioni Unite. Il mondo.

Poi riprendevo l’autobus, il trenino della Casilina e tornavo a Torre Maura.

Non era un quartiere ricco, ma non ho mai visto veri poveri a Torre Maura, a parte forse Giggi "Er Topo”, uno che si vantava di essere un topo di appartamenti. “Coatto” gentile e simpatico, alludeva con sapienza narrativa a grattate (cioè, furti) spettacolari. Noi ragazzi lo ascoltavamo con rispetto, anche perché sapevamo che era tutto inventato. Un ladro dichiarato che vive in una baracca comunque portava a Torre Maura il mondo, per quanto fantasioso.

Ho visto, però, alcuni impoveriti e diversi poveracci. Ricordo un negoziante che in una notte di gioco aveva perso tutto, negozio e casa. La povertà umana, altro che povertà economica, quello che a Roma si chiama “poraccismo” o “poraccitudine”! C’era anche un mondo parallelo, un sottobosco, la “Mala” la chiamavamo noi, le scommesse clandestine, il piccolo spaccio.

Ho visto anche altro. Ricordo giovani impegnati, all’epoca un po’ più grandi di me, impegnati in Legambiente, nel Comitato di Quartiere, gente appassionata: uno era pure bird-watcher. Era di Torre Maura il dipendente de “l’Unità” che ebbe la geniale idea di allegare una videocassetta al giornale. «Potremmo allegare dei documentari…» «Ma quali documentari, Walter! Cinema, possiamo allegare film e sarà un’operazione sostenibile!» E Veltroni si fece convincere, da uno di Torre Maura.

C’era una scuola media, enorme, con due sedi e ben undici sezioni, attrezzata, moderna, con dei bravi insegnanti. In terza media organizzammo uno spettacolo di due ore sulla storia dei diritti umani, dalla Rivoluzione francese al Golpe cileno, passando per il delitto Matteotti (indegnamente interpretato da me) e la bomba di Hiroshima. Costruimmo letteralmente il palcoscenico: uno spettacolo totale di cui abbiamo curato scenografie, sceneggiatura e musiche. Gli insegnanti di lettere, francese, musica, educazione tecnica e artistica ci hanno spronato e guidato. Dove sarei io ora, senza i miei insegnanti di Torre Maura?

In un mondo che già era riuscito a instillare in noi quell’insano senso di competizione, dove chi si ferma è perduto, ricordo un prof che anzitutto ci disse: «Io sono stato bocciato e ora sono dietro una cattedra. Ragazzi, si può fare, non si è mai condannati». Ricordo ancora una prof di origine veneziana, che aveva dei parenti sepolti in SS. Giovanni e Paolo nel sestiere di Castello. I miei mi portarono a Venezia e notai uno stemma nobiliare sulla tomba. «Scusi, professoressa, lei è nobile e comunista?» «Ricordati che i più grandi rivoluzionari erano aristocratici», mi rispose lei.

Tutto questo è accaduto a Torre Maura.

C’era disagio? E dove non c’è? Alcuni ragazzi son finiti male, spesso perché la famiglia era parte del problema. Esattamente come in altri quartieri, più ricchi, più ordinati.

Quanto scritto non vuole essere una difesa di Torre Maura né un lezioso esercizio di nostalgia passatista. Torre Maura non è un luogo da mitizzare. Certo che molti media hanno creato un altro mito: quello della frontiera del disagio, dei poveri che se la prendono con altri poveri, quello della periferia abbandonata dalla sinistra dei Parioli (che poi, a noi di Torre Maura, cosa è mai importato dei Parioli o di altri posti?).

Creare il mito del disagio, della povertà, della “periferia” è purtroppo passatempo comune dei politici e dei media, forse perché affrontare la questione dei margini, delle relazioni familiari, delle questioni di genere, della violenza è più complicato e pericoloso (per chi li affronta). A Torre Maura sapevamo che gli stessi problemi li viveva chi stava ai Parioli o a Prati e che avere più potere e soldi poteva addirittura aggravarli.

Tra chi ha scritto di Torre Maura in questi giorni, è evidente che molti non hanno imparato la lezione sulla banalità del male di Hannah Arendt: bollare uno che compie nefandezze come “diverso da te” è il modo migliore per ignorare il mostro che è anche in te. Chi compie nefandezze deve essere richiamato alle sue responsabilità senza giustificazioni, perché se lo giustifico affermo la sua diversità e, di conseguenza, inferiorità. L’inferiorità di chi ha calpestato il pane non è culturale né economica: è un’inferiorità morale, rispetto agli standard di civiltà. Chi calpesta il pane è malvagio. Punto.

In ultimo, Simone, il pischello che ha tenuto testa alla malvagità. Guardando il suo diverbio con il capoccione fascista, un calvinista avrà visto un luminoso esempio di doppia predestinazione: il giusto e l’empio. Vi sembra un commento esagerato? Be’, sempre meglio del commento idiota (ma soprattutto ignorante) sul linguaggio scelto da Simone, quel romanaccio che è storpiatura del perduto romanesco di Trilussa. Non conosco Simone, ma mi sono riconosciuto in lui. Da bambino non parlavo romanaccio: leggevo molto, guardavo tanti film in televisione, per cui parlavo semplicemente italiano. Alle medie ho dovuto imparare a parlare come Simone per tenere testa ai bulli. Se parlavi italiano, rischiavi qualche botta. Per fermare il bullo, per interloquire, per tentare di farlo ragionare, per attirare un pubblico che, in caso, ti avrebbe potuto proteggere, era necessario dire, nella sua lingua: «Nun me sta bene che no!». Non era così difficile da capire. Ma forse le vere bolle di isolamento sono di altri quartieri: più ricchi, più attrezzati, ma, non per questo, meno disagiati.

Interesse geografico: