A quando il rimpatrio dei figli europei dei miliziani islamici

Sconfitto l'Isis, rimangono i prigionieri, fra essi donne e bambini, molti figli di europei partiti per combattere a fianco dello Stato Islamico. Cosa fare ora? L'appello di una Ong belga

Chissà cosa si aspettavano i governanti europei (e magari anche le “pubbliche opinioni”) dai curdi delle YPG che hanno sconfitto sul terreno le ultime roccaforti dell'Isis al prezzo della vita di quasi 10mila compagni (curdi, arabi, siriaci e internazionalisti). Forse che, poco elegantemente, non facessero prigionieri?

Peccato per loro, ma questo è un esercito di liberazione, non una banda di tagliagole e nemmeno di mercenari al soldo dell'imperialismo. Quindi ora i prigionieri e le loro disgraziate famiglie (i figli sono sempre innocenti, le donne – si presume – almeno in parte) rimangono acquartierati nei campi di raccolta (o, fuori dagli eufemismi ipocriti, di concentramento).

In attesa che la “vecchia Europa” si riprenda almeno i suoi concittadini e le rispettive famiglie. Non si può certo pretendere che i curdi - incastrati tra l'imminente pericolo di ulteriori attacchi da parte di Ankara e la strumentale, precaria, alleanza con la coalizione occidentale – si facciano carico all'infinito del problema. Ciò che maggiormente preoccupa è la situazione dei bambini, figli incolpevoli dei fanatici integralisti seguaci del Califfato. Su tale problema è recentemente intervenuta, alla fine di marzo, una ONG belga, la Fondation Child Focus. Ricordo che il Belgio - insieme alla Francia, proporzionalmente al numero dei suoi abitanti (11 milioni) - ha fornito il maggior numero di combattenti di origine europea allo Stato islamico. Oltre 400 – si calcola.

Sorta inizialmente per assistere i bambini maltrattati e sfruttati sessualmente, dal 2012 – in genere su sollecitazione dei nonni dei bambini – Child Focus si occupa anche di quelli portati in Siria da genitori belgi aderenti all'Isis. Ha richiesto un “rimpatrio rapido” dei bambini feriti o in condizioni di salute precarie. La maggior parte di loro si trova nei campi del nord-est siriano (Al-Hol, Roj e Ain Issa) sotto controllo curdo. Viene anche riportata la notizia della morte di due bimbi negli ultimi giorni. In un caso, sarebbe morto per denutrizione, mentre l'altro (un piccino di un anno, colpito da un proiettile vagante) non sarebbe stato curato adeguatamente. Un terzo decesso di minore risaliva all'anno scorso. Sempre recentemente, a una bambina rimasta ferita sarebbe stato amputato un braccio.

Ormai la situazione umanitaria nei campi è diventata insostenibile anche per l'arrivo di numerose famiglie di jiadisti da Baghuz, l'ultima ridotta dello Stato islamico caduta in mano alle Forze Democratiche Siriane (FDS, l'alleanza arabo-curda) il 23 marzo. Nel comunicato, la direttrice generale di Child Focus, Heidi De Pauw, ha mostrato preoccupazione – oltre naturalmente che per i feriti - soprattutto per gli orfani e per i bambini sequestrati o rapiti. Al momento nei campi sotto controllo curdo ci sarebbero una quarantina di bambini di nazionalità belga. La maggior parte avrebbe meno di sei anni e almeno quattro senza nessun parente in vita. Tra bambini e adolescenti, in totale i belgi sarebbero – secondo Child Focus – circa 160. In parte nati in Siria, in parte qui trasportati dal Belgio.

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