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Alessio Falconio: «Radio Radicale è la memoria storica del nostro Paese»

«Nella legge di bilancio 2019 si è deciso, e senza alcun tipo di preavviso, di dimezzare l’importo della Convenzione firmata nel lontano 1994 – anno nel quale si vinse una regolare gara – per seguire le trasmissioni delle sedute del Parlamento italiano»: un accordo, spiega a Riforma.it il direttore di Radio Radicale, Alessio Falconio «che ci lega al Ministero dello sviluppo economico, oggi guidato da Luigi Di Maio. Un servizio, pubblico – prosegue Falconio –, che che l’emittente fornisce su tutto il territorio nazionale da quarantadue anni, come pioniera, in assenza di altri attori in campo; la Rai, poi, seguendo il nostro esempio, ha deciso di creare una finestra, una rubrica del Tgr1: Tgr Parlamento, che oggi opera con un quinto dei nostri impianti».

Cosa accadrebbe se il finanziamento venisse davvero dimezzato?

«Dal 20 maggio prossimo, se non saranno prese decisioni diverse, non potremo più fornire il regolare servizio di trasmissioni dal Parlamento. Chi perderà la voce non saremo noi ma il Parlamento, le nostre Istituzioni. La presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, in diverse occasioni, non solo istituzionali, ha ricordato l’importanza del nostro servizio, e lo ha difeso in modo chiaro ribadendone l’importanza. Non altrettanto ha fatto il presidente della Camera, Roberto Fico». 

La questione, seppur relativa alla Convenzione parlamentare, credo coinvolga il vostro servizio pubblico in modo più ampio, è così?

«Certamente, anche se la Convenzione prevede la messa in onda delle sessioni di Camera e Senato, impegna Radio Radicale su più fronti. Da tempo la radio ha deciso di estendere il servizio anche al lavoro delle Commissioni parlamentari e d’inchiesta. Come missione radicale, e in quanto servizio pubblico, dal 1984 trasmettiamo anche le attività del Consiglio Superiore della Magistratura e della Corte Costituzionale; registriamo e diffondiamo i processi, dal caso di Enzo Tortora in poi, garantendo così agli ascoltatori udienze integrali. Oggi proponiamo 30 eventi giornalieri, preziosamente custoditi e resi fruibili al pubblico con quello che è certamente il più grande archivio audio e video presente in Italia – con 400mila documenti. Radio Radicale oltre a diffondere le sedute parlamentari – facendolo in esclusiva dal 1976 e per i successivi 25 anni – registra i discorsi dei politici, come quello recentemente richiestoci dal Senato della Repubblica di Eduardo De Filippo, in occasione della ricorrenza dei cent’anni dalla sua nascita, di quand’era senatore a vita». 

Vi ritenete un servizio pubblico solo per la difusione politica?

«No. Riteniamo di essere un servizio pubblico perché informiamo, documentiamo, registriamo tutto ciò che riteniamo degno di essere valorizzato. Il New York Times ricorda che tutte le notizie meritano di essere pubblicate. Noi, dunque, cerchiamo di svolgere bene il nostro servizio mettendolo a disposizione degli utenti, dei cittadini. Valorizzando e diffondendo tutto ciò che riteniamo essere importante per la nostra società: integralmente, senza filtri e tagli, al servizio del pubblico e degli “addetti ai lavori”, che ci riconoscono un ruolo importante. Lo facciamo, giustamente, senza chiedere nulla avendo in mano una Convenzione per poterlo fare ma che, purtroppo, da maggio sarà dimezzata».

Il sottosegretario all’editoria Vito Crimi e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sostengono che dovreste essere capaci di trovare, con le sole vostre forze, la parte mancante del finanziamento. Potreste davvero farlo?

«Crimi e Conte, forse, non conoscono la Convenzione. Del resto, Crimi non è sottosegretario al Mise ma alla Presidenza del Consiglio. La Convenzione ci impone di trasmettere, ogni giorno, il 60% delle attività di Camera e Senato e, in base al monte ore di lavoro quotidiano possiamo dire che la programmazione equivale ad un’intera giornata di messa in onda. La stessa Convenzione, poi, ci impedisce di poter trasmettere spot pubblicitari mezz’ora prima, durante e dopo le sedute parlamentari. Questo spiega il motivo per il quale non è credibile l’idea di poter essere appetibili commercialmente. Conte, malgrado tutto, ha riconosciuto alla radio l’importante ruolo di servizio pubblico». 

Tra le critiche rivolte a Radio Radicale c’è proprio la quota di finanziamento da parte del Mise, ritenuta eccessivamente alta: 10 milioni di euro, che con il taglio arriverebbe a 5. Davvero non sono sufficienti 5 milioni di euro? 

«Un vero servizio pubblico, questa è la mia idea, non dovrebbe “stare” sul mercato. Farlo sarebbe controindicato. E quando mi si dice che la Rai lo fa, rispondo che non spetta a me giudicare. Radio Radicale avrebbe un potenziale commerciale imponente. La nostra struttura possiede oltre 280 impianti. Non essendo una radio commerciale questi costi sono coperti in gran parte dalla Convenzione. Esborsi importanti che vanno dalla manutenzione degli impianti, al loro funzionamento giornaliero: dalla corrente elettrica all’adeguamento strutturale imposto delle normative, alle tasse, al personale. La Convenzione è dunque destinata per un terzo al personale, per più di un terzo alla rete e circa due milioni l’anno per le registrazioni di eventi esterni. Certo, la radio potrebbe mettersi “sul mercato” ma ovviamnte non potrebbe più operare come servizio pubblico. Dovrebbe agire alla stregua dei network privati e “ammiccare” alle sponsorizzazioni e, per essere realisti, non trasmettere più le lunghe sessioni di Camera e Senato e delle Commissioni parlamentari, o proporre dibattiti e convegni consecutivi per ore e ore. La Convenzione con il Mise copre i costi della Radio, il nostro bilancio è pubblico ed è disponibile per chi volesse consultarlo sul nostro sito».

Se il 21 di maggio i tagli dovessero essere confermati?

«Credo che se avverrà come previsto, questa scelta sarà una sconfitta per noi, certamente, e un problema per il nostro Paese e per le Istituzioni democraticamente elette, per tutta la politica. Il Parlamento perderà la sua voce, una voce che entra direttamente nelle case dei cittadini; i cittadini non potranno più sapere in tempo reale e senza filtri cosa è stato detto nelle “case” della politica. La nostra consapevolezza democratica è nata dall’intuizione geniale di Marco Pannella nel 1976, quando decise di investire su una radio, Radio Radicale. Ora, se i tagli saranno confermati, dal 21 maggio in poi, tutto questo finirà e tutti noi dovremo ascoltare l’attualità politica filtrata dai servizi giornalistici, non più in presa diretta». 

Il Governo ha fatto delle proposte alternative? Qualcuno si occuperà di dare voce al Parlamento e alle realtà sociali, culturali e religiose che trovano in Radio Radicale un megafono per le proprie attività e posizioni?

«No. Né informali, né ufficiali. Non abbiamo più avuto incontri diretti con il governo dal mese di agosto 2018, da quando incontrammo il sottosegretario Crimi. La sensibilità che Radio Radicale dimostra dando voce a tutti: alla politica, elle istituzioni, alle associazioni culturali, sociali, non governative e religiose, credo che dovrebbe essere ereditata, tramandata. Ma non sono certo che ciò possa effettivamente avvenire. Ad esempio, in tema di libertà religiosa abbiamo seguito e realizzato molti servizi, registrato e trasmesso i convegni e i dibattiti promossi dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia. Siamo altresì sensibili al tema dei diritti civili e umani, alle voci delle minoranze, cerchiamo di illuminare le notizie spesso oscurate. Dare voce a chi poca ne ha nel panorama giornalistico generalista e nello spazio pubblico».

La Rai che oltre agli introiti pubblicitri percepisce anche il canone potrebbe investire su un canale dedicato ed ereditare il vostro impegno, che ci auguriamo rimanga a voi?

«Non saprei. Stiamo però cercando di interloquire anche con la Rai; il nostro è un atteggiamento propositivo. La nostra preoccupazione è che possa perdersi il prezioso archivio di Radio Radicale, memoria storica del nostro paese».