Spinti verso il Niger

Le violenze nel Nord del Mali portano migliaia di persone al di là del confine orientale del Paese, in un’area fortemente esposta al cambiamento climatico e in cui le risorse sono insufficienti

Dimenticato da anni, il conflitto in corso nel nord del Mali sta vivendo una nuova ondata di violenze. Soltanto a dicembre oltre 55.000 persone hanno lasciato il Paese per rifugiarsi nella parte occidentale del Niger, nella regione di Tahoua. La guerra nel nord del Mali non è una novità e le violenze di oggi sono in parziale continuità con quelle del 2012, quando la regione esplose lungo due faglie, una nazionalista e una jihadista.

«È un territorio – racconta Simone Garroni, direttore generale di Azione contro la fame Italia – dove il governo ovviamente fatica a tenere la propria posizione e a governare tutti quanti i territori. E questa era stata una delle cause del conflitti del 2012». Dopo l'intervento militare internazionale, e successivamente con gli accordi di pace del 2015, la situazione sembrava poter andare verso una fase più stabile, ma la costruzione della pace è ancora in corso, perché le richieste dei diversi soggetti sul territorio sono spesso in conflitto tra loco.

«Gli accordi di pace del 2015 che sono stati poi firmati da tutte le fazioni di opposizione – continua Garroni – oggi faticano a tenere». In particolare, negli ultimi mesi è stato il gruppo jihadista Nusrat al-Islam (Jnim, conosciuto anche come Gsim) a imporre alla popolazione locale, di etnia araba, fulani e tuareg, di lasciare i propri villaggi. Il gruppo è nato nella scorsa primavera dalla fusione del Front de libération du Macina, di Ansar Dine e di Al-Mourabitoun e sin da subito è stato guidato da Iyad Ag Ghaly, storica figura indipendentista tuareg, diventato capo jihadista e rappresentante di Al Qaeda nel Paese. «Dopo le grandi migrazioni, il periodo post-accordi dal 2016 aveva riportato circa mezzo milione di persone nei propri luoghi d'origine. Adesso c'è una recrudescenza di queste migrazioni. Nel 2018 ci sono stati più di 100.000 sfollati interni e rifugiati fuori dal Mali».

Tra l’11 e il 12 dicembre dello scorso anno i miliziani hanno ucciso 47 civili tuareg in diverse località nel sud della regione Ménaka, nel nord del Mali. Queste violenze hanno spinto più di 55.000 maliani oltre il confine con il Niger, in una delle aree più povere al mondo e con una cronica scarsità di risorse. Per comprendere la dimensione del problema, i numeri della migrazione avvenuta a dicembre tra Niger e Mali sono più del doppio degli sbarchi avvenuti nell'intero 2018 sulle coste italiane. Inoltre, queste persone lasciano uno tra i Paesi con il più basso indice di sviluppo umano per rifugiarsi in quello che occupa il fondo della graduatoria, con un tasso di malnutrizione vicino al 14%. «Tra gli sfollati che dipendono dalla pastorizia – si legge in un recente comunicato di Azione contro la fame – due su tre perdono il proprio bestiame durante lo spostamento. In più, le condizioni del terreno unite al sopraggiungere della stagione delle piogge fanno del luogo una zona di difficile accesso per il personale umanitario». In aggiunta all’emergenza dettata dalle violenze, tutta la regione è fortemente esposta al cambiamento climatico in corso: tra i mesi di giugno e agosto, nel Sahel si verifica la cosiddetta “stagione della fame”, un periodo di scarsità tra i raccolti che si verifica ogni anno in paesi dove la popolazione dipende dall'agricoltura di sussistenza. Le riserve alimentari del raccolto precedente si stanno esaurendo e la mancanza di offerta fa aumentare i prezzi. Le previsioni indicano che quest'anno 54.000 persone in Niger e 17.000 in Mali saranno seriamente a rischio di insicurezza alimentare. Paesi come il Mali o il Niger pagano in modo molto pesante la distruzione delle filiere produttive tradizionali.

«Gli interventi che sono necessari – chiarisce Simone Garroni – sono sempre multisettoriali. La fame ha origini di povertà, scarsa nutrizione e scarse condizioni igieniche. Si stima che circa il 50% della malnutrizione sia dovuto a fenomeni di diarrea e di infezioni intestinali. Quindi vuol dire che occorre agire sulla disponibilità di acqua pulita, di acqua in generale, sulle pratiche igieniche, quindi di formazione alle comunità, e anche la costruzione per esempio di bagni e latrine e gestione delle acque sporche». In condizioni di emergenza è fondamentale non perdere di vista gli interventi strutturali, che passano attraverso un miglioramento delle condizioni igieniche e un lavoro sulla sicurezza alimentare.

«Questo significa – conclude Garroni – trovare il denaro per mettere in piedi delle attività di formazione tecnica agricola per rendere autonome le persone. È necessario agire con i governi e le comunità perché ci sia una giusta politica che da un lato favorisca l'agricoltura, favorisca la crescita economica, da un altro per esempio integri le pratiche di identificazione e cura della malnutrizione all'interno dei protocolli sanitari adeguati». In luoghi così esposti al cambiamento climatico, il tempo è un fattore decisivo.

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