Decreto sicurezza: il Piemonte dice no

Presentato il ricorso alla Corte Costituzionale contro la legge che modifica il sistema dell’accoglienza. Il Piemonte è la prima regione ad attivarsi

Il Piemonte è la prima Regione a presentare ricorso alla Corte costituzionale contro il Decreto sicurezza, convertito in legge lo scorso 27 novembre. Giovedì 31 gennaio il documento è stato spedito dall’ufficio postale del Tribunale di Torino dall’assessora ai Diritti e allimmigrazione, Monica Cerutti. Il testo del ricorso è stato redatto da Ugo Mattei, docente di diritto internazionale, insieme ad altri colleghi del Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Torino e all’avvocato della Regione Giovanna Scollo, che ha predisposto la delibera di Giunta necessaria alla sua presentazione.

 

Secondo i ricorrenti, il testo di 96 pagine posto all’attenzione della Corte Costituzionale solleva diversi profili di incostituzionalità innanzitutto per la mancanza di requisiti di necessità d’urgenza e l’eccessiva oscurità nel testo sulla divisione di competenze tra Stato e Regione. Inoltre viene evidenziata un’invasione delle competenze regionali portata dalla negazione dello status di protezione umanitaria ai soggetti che ne erano titolari, interrompendo così processi di accoglienza e integrazione avviati dalla Regione a fronte di investimenti di entità non trascurabile. Un altro aspetto cruciale è rappresentato dall’estensione alle zone ospedaliere del cosiddetto Daspo urbano, una misura con cui un sindaco, in collaborazione con il prefetto, può multare e poi stabilire un divieto di accesso ad alcune aree della città. Infine viene contestata l’autorizzazione allo sgombero di occupazioni abitative anche nel caso che siano tollerate dal padrone di casa.

 

Come ha sottolineato Ugo Mattei, «al di là dei tecnicismi che caratterizzano un ricorso di questo tipo, il tema che sottende a tutti i profili da noi rilevati concerne un atteggiamento discriminatorio nei confronti dei nativi non italiani in chiara violazione degli articoli 2 e 3 della nostra Costituzione, che rappresenta di conseguenza un conflitto strutturale tra la politica adottata dal legislatore e i principi fondanti della Costituzione stessa». Non ci sono certezze sulle tempistiche di pronunciamento della corte, ma sull’ammissibilità del ricorso Mattei non nasconde l’ottimismo. «Nella giurisprudenza costituzionale, a differenza di quella ordinaria, il precedente ha un peso non indifferente. Da questo punto di vista, poiché il ricorso va inquadrato nel contesto dell’impatto della normativa nazionale sulla Regione, a partire dal 2012 la Corte ha dimostrato una certa apertura che ci lascia ben sperare».

 

Gli scenari che si profilano in conseguenza al pronunciamento della corte possono variare a seconda dell’accoglimento dei diversi aspetti presentati nel ricorso: nel caso venissero accolti i profili riguardanti la violazione degli articoli 2 e 3 della Costituzione e la mancanza di chiarezza nelle relazioni tra Stato e Regione ci sarebbe un’abrogazione totale del decreto e quindi della legge. Nel caso invece venissero accolti soltanto i profili più tecnici si arriverebbe a una modifica dei punti in questione senza che la legge venga totalmente rigettata.

 

Sulla questione è intervenuta anche l’assessora Cerutti, che ancora una volta ha sottolineato come «questa legge rappresenti un danno per tutti, non soltanto per gli stranieri. Il fatto, per esempio, di impedire l’accesso a servizi fondamentali come quello sanitario non può non avere conseguenze rilevanti per l’intera popolazione. Inoltre viene vanificato un lungo lavoro di integrazione su cui la nostra regione ha investito risorse ed energie, nella convinzione che la migrazione rappresenti una necessità per il tessuto economico dei nostri territori». 

 

In attesa di una decisione da parte della Corte Costituzionale, la Regione Piemonte si impegnerà da un lato a monitorare la situazione per comprendere l’impatto della legge sui territori, dall’altro a sensibilizzare i cittadini circa le conseguenze negative che già presentano risvolti preoccupanti. «La manifestazione di sabato scorso (L’Italia che resiste, ndr) dimostra che, a dispetto di un preoccupante clima di intolleranza che purtroppo stiamo vivendo, c’è anche una parte che crede nella bontà dei percorsi che abbiamo avviato negli anni e si oppone a questa legge discriminatoria e agli effetti negativi che vanno a ricadere su tutta la popolazione. Sta a chi, come noi, è convinto delle proprie idee convincere coloro che ancora non hanno una posizione definita sul tema a schierarsi per una società più giusta».

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