Sea Watch 3, una nave sospesa tra diritto e politica

La soluzione individuata dai governi di alcuni Paesi europei rappresenta una decisione politica di corto respiro, che non garantisce che si evitino simili stalli in futuro

La vicenda della nave SeaWatch3, bloccata al largo delle coste italiane per dodici giorni, cioè da sabato 19 gennaio, è soltanto un nuovo capitolo della contrapposizione tra il governo italiano e le operazioni di salvataggio in mare delle persone che lasciano le coste libiche. Tuttavia, una differenza rispetto al passato c’è: in questa occasione il capitano e il capomissione di SeaWatch, insieme ad alcune persone migranti trattenute a bordo, si sono rivolti alla Cedu, la Corte europea dei diritti umani, per chiedere all’istituzione internazionale di ordinare in via cautelare al Governo italiano lo sbarco delle 49 persone a bordo e di conseguenza dell’equipaggio.

Coinvolgendo un organo del diritto internazionale, i fatti di questi giorni consentono una riflessione sulla relazione tra la politica e il diritto. Ma partendo da qui, che cosa ha stabilito la Cedu? Cesare Pitea, docente di diritto internazionale presso l’università di Milano e collaboratore di ASGI, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, spiega che «la decisione non ha fatto ciò che i ricorrenti chiedevano, cioè non ha ordinato al governo far sbarcare le persone nell’immediatezza, tuttavia la Corte ha deciso di adottare alcune misure a tutela dei migranti, perché ha ritenuto che sussista la giurisdizione dell’Italia in questo caso, cioè che sussista in capo all’Italia la responsabilità di tutelare i diritti fondamentali di queste persone».

Di quali misure parliamo?

«La Corte ha ordinato al governo di provvedere alla necessaria assistenza medico-sanitaria, alimentare, di acqua e di altri generi di prima necessità, quindi tutto ciò che è necessario per garantire la tutela dell’integrità psicofisica dei migranti, ritenuta a rischio. E poi c’è un altro aspetto della decisione che riguarda in modo specifico i minori non accompagnati: la Corte chiede al governo di nominare dei tutori, perché altrimenti non possono beneficiare dei diritti che la stessa legge italiana riconosce loro. Infine, la Corte ha anche dato un messaggio molto forte al governo italiano, chiedendo di essere informata su quel che sta facendo perché tiene la questione sotto osservazione e non esclude la possibilità di ordinare misure più stringenti».

Ancora una volta, la soluzione non è arrivata tramite l’applicazione delle regole vigenti, ma attraverso un accordo politico. Questo ci dice che certe regole possono essere disapplicate senza conseguenze?

«È un punto di carattere molto generale: la politica e il diritto non sono mai separati. Lo vediamo non soltanto nelle vicende internazionali, ma anche in quelle nazionali, come testimonia il caso della nave Diciotti. Ovviamente questa connessione tra politica e diritto si manifesta in modo più evidente nel mondo delle relazioni tra gli Stati, nel mondo del diritto internazionale, dove non c’è una struttura gerarchica della comunità, ma una struttura fondata sul principio parità e uguaglianza tra gli Stati. Questo si riflette anche sul potere decisionale di un tribunale internazionale, la Cedu in questo caso, che dipende dal fatto che gli Stati abbiano prestato il consenso. Poi, l’efficacia delle decisioni dipende dall’effettiva volontà dei singoli Stati di metterle in pratica. È ovvio che un’istituzione di questo genere deve in tenere conto anche del contesto politico in cui queste decisioni vengono assunte».

Quali strumenti ha il diritto internazionale per evitare future crisi come questa? È possibile agire in modo preventivo?

«Il diritto internazionale è un diritto di cooperazione, non è un diritto di forza, quindi pensare che il diritto internazionale fornisca degli strumenti coercitivi per risolvere i problemi non rispecchia la realtà delle relazioni tra gli Stati.

Il diritto internazionale offre la via d’uscita attraverso la cooperazione: qui quello che serve è quello che manca, cioè la volontà politica di affrontare questo problema, che è la conseguenza di un fenomeno strutturale ed epocale della nostra società, quello migratorio, ma che diventa un problema perché è gestito attraverso egoismi».

Quanto pesa in questo senso la mancata riscrittura delle regole europee? Penso in particolare al Regolamento di Dublino.

«La riforma del Regolamento di Dublino è un pezzo importante, un pezzo al quale bisogna sempre ricordare che il nostro attuale governo sta mettendo i bastoni tra le ruote insieme ai suoi alleati, ma c’è un altro elemento che non bisogna dimenticare e che attiene se vogliamo più al discorso del Global Compact: manca la cooperazione internazionale per costituire un sistema di vie d’accesso legali e sicure per i migranti. Questo è l’unico modo attraverso il quale si può affrontare la tragedia connessa alla migrazione, che è una tragedia proprio a causa della mancanza di vie sicure e legali d’accesso».

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