«Quella sconfinata libertà di spirito»

A 350° anni dalla nascita di Susanna Wesley, «madre del metodismo», un culto speciale nella chiesa metodista anglofona di Roma

Un giorno il marito la sentì ripetere per la ventesima volta la stessa cosa al figlio, e si stupì di tanta pazienza e tenacia. La moglie replicò che se si fosse accontentata di ripeterla diciannove volte avrebbe perso il suo tempo, visto che solo alla ventesima il bambino l’aveva imparata…

Questo aneddoto è uno dei più famosi nell’appassionante storia della famiglia Wesley, e in particolare di quella di Susanna, considerata la “madre del metodismo”. Una figura che «fin dall’inizio ebbe un riconoscimento all’interno del metodismo, a partire dai figli, a cui era molto legata: in particolare John e Charles dissero sempre che la madre aveva influenzato profondamente il loro percorso di fede».

Così ricorda la pastora metodista Mirella Manocchio, presidente del Comitato permanente dell’Opera per le chiese evangeliche metodiste in Italia (Opcemi), che sarà chiamata la prossima domenica a raccontare la figura di Susanna Annesley Wesley, di cui il 20 gennaio ricorre il 350° anniversario dalla nascita.

Nel corso di un culto particolare nella comunità metodista di lingua inglese di Ponte Sant’Angelo a Roma (alle 10,30), non ci sarà un sermone “tradizionale” ma un’intervista in cui Mirella Manocchio delineerà l’importanza di questa figura, nel metodismo mondiale e a livello personale, con proiezioni d’immagini e i tratti salienti di una biografia fuori dal comune, a partire dall’infanzia di Susanna, ventiquattresima (e ultima) figlia del pastore Samuel Annesley, anticonformista e convinto dell’importanza dell’istruzione per tutti i figli e le figlie. Aspetto che lei stessa curò poi nella propria numerosa famiglia: lei e il marito, anch’egli di nome Samuel e anch’egli pastore anglicano, ebbero in tutto 19 figli, di cui nove però morirono in tenera età.

In pochi casi una figura femminile viene chiamata “madre” di una confessione cristiana, osserva Manocchio: «Spesso il cristianesimo si declina al maschile, anche nel mondo protestante, quindi soprattutto in contesti in cui è ancora molto presente una visione maschile della società e dell’ambito religioso, può fare la differenza ricordare che tra i fondatori, tra coloro che hanno dato un’impronta forte alla propria denominazione, c’è una donna. Permette alle donne di non sentirsi sole, è un esempio da seguire per portare avanti il proprio impegno».

La sua importanza come “madre del metodismo” va ben oltre l’ambito familiare, infatti (ricorda Manocchio) «non si limitò a fare la moglie di pastore o a influenzare (fortemente) i figli, John e Charles, ma scrisse preghiere, preparò e condusse studi biblici e momenti di preghiera durante le assenze del marito, anche molto lunghe. Fu lei a tenere in vita la comunità durante questi mesi, andando controcorrente perché all’epoca ciò non era possibile».

Quindi la sua leadership non fu accettata senza obiezioni… «Quando Susanna prese in mano le sorti della parrocchia del marito, con un approccio alla fede secondo cui questa (vissuta in modo personale e intimo) doveva avere dei risvolti nel vissuto quotidiano, quindi una visione molto vicina a quello che sarà poi l’approccio metodista, venne osteggiata da una parte della parrocchia e dal vicario mandato in sostituzione del marito. Non ebbe insomma vita facile, ma essendo una donna forte non si lasciò intimidire e andò avanti, convinta che fosse quello a cui il Signore l’aveva chiamata».

Successivamente, soprattutto nell’ultimo secolo, osserva ancora Manocchio, è stato rivalutato il carattere dirompente della sua figura, «il fatto che avesse tenuto in piedi la comunità, svolgendo un ministero ante litteram: questo è un elemento che è rimasto nel metodismo, in cui fin dalle origini c’è una grande apertura alle donne: ci sono le predicatrici, le donne scrivono in prima persona le loro esperienze di fede, mentre solitamente si scriveva sulle donne, ma non erano loro a farlo direttamente. Nell’ultimo secolo questo aspetto “di rottura” è servito alle donne per sostenere alcune loro battaglie».

Oggi le chiese metodiste sono presenti in tutto il mondo, con diverse declinazioni a seconda dei contesti culturali: la figura di Susanna Wesley è ancora di ispirazione? Manocchio porta l’esempio del Ghana, dove «c’è un gruppo femminile di ausiliarie della chiesa che si richiama direttamente a Susanna Wesley e al modo in cui impostò le relazioni familiari e all’interno della comunità. Questo gruppo si occupa di moltissimi aspetti, dall’educazione dei bambini, all’istruzione delle donne analfabete, all’assistenza negli ospedali e nelle carceri, affiancando i pastori nelle loro attività. Pur essendo la società ghanese ancora di stampo patriarcale, le donne in queste chiese hanno una forza indiscutibile».

* «Quella sconfinata libertà di spirito», dal Diario spirituale di S. Wesley, in Cuori ardenti. Le preghiere della famiglia Wesley (Claudiana), p. 32.

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