Il dialogo in Yemen va rilanciato

L’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen è tornato nel Paese, in ginocchio dopo poco meno di quattro anni di guerra e lontano dal rispetto del cessate il fuoco

Nessun progresso finora per la fine delle ostilità in Yemen. Quando lo scorso 13 dicembre il rappresentante dei ribelli Houthi e il ministro degli Esteri del governo yemenita riconosciuto dalla comunità internazionale avevano sottoscritto il “cessate il fuoco”, si erano sottolineate le possibili criticità, ma si auspicava che l’urgenza di porre fine al conflitto armato in corso da poco meno di quattro anni spingesse le parti verso il rispetto dell’accordo. A distanza di quattro settimane, la prima certezza è che siamo ancora lontani da una vera implementazione. Proprio per questo, l’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Martin Griffiths, ha incontrato a Sana’a i ribelli Houthi e martedì 8 gennaio si è recato a Riyad per incontrare ‘Abd Rabbo Mansur Hadi, il presidente del governo yemenita riconosciuto dalla comunità internazionale, che dall’inizio dell’offensiva del 2015 si trova nella capitale dell’Arabia Saudita. Lo scopo di questi primi incontri del 2019 è assicurare che l’accordo firmato dalle parti in Svezia, relativo soprattutto all’area contesa di Hodeidah, principale porto del Paese, venga rispettato, mentre oggi entrambe le parti in conflitto sono accusate di averlo violato.

Secondo i termini della tregua, gli Houthi avrebbero dovuto cedere il controllo dei porti di Hodeidah, Saleef e Ras Isa a quelle che nel testo dell’accordo erano definite “autorità locali in accordo con la legge yemenita”, ma come spesso succede nella diplomazia  – basti pensare alla disputa sul significato del termine “denuclearizzazione” in seno alla penisola coreana – la lettura di quel passo ha generato interpretazioni e reazioni opposte: il governo di Hadi ritiene che la gestione del porto debba essere ceduta ai funzionari che avevano gestito la struttura prima dell’occupazione della città da parte degli Houthi, avvenuta alla fine del 2014, mentre i ribelli considerano “autorità locali” i funzionari che gestiscono attualmente il porto, che sono loro alleati. Non è esattamente il risultato sperato dai negoziatori delle Nazioni Unite, che ritenevano invece opportuno nominare una forza neutrale.

Non sono mancati disaccordi, in realtà, neppure sulla condizione preliminare del cessate il fuoco, ovvero il ritiro delle forze armate e la sospensione delle ostilità nell’intero governatorato: secondo l’accordo, infatti, gli Houthi e le forze lealiste avrebbero dovuto avviare sin da subito il ritiro da Hodeidah, ma finora entrambe le parti accusano l’altra di aver sostanzialmente disatteso questo impegno, al punto che le migliaia di civili che ancora si trovano nella città raccontano di una quotidianità ancora fatta di lancio di missili e del rumore dei fucili automatici.

Per rilanciare il dialogo, l’inviato speciale delle Nazioni Unite ha proposto nuovi colloqui tra le parti entro la fine del mese. Martedì il viceministro per gli Affari Esteri del Kuwait, Fahd al-Awadhi, ha annunciato che sarà il piccolo Paese del Golfo a ospitarli, affermando che la speranza è che si tratti della conferenza in cui verrà firmato l’accordo di pace. Tuttavia, la data di questa iniziativa diplomatica è ancora da stabilire. Secondo al-Awadhi, «dipende dagli sviluppi dell’implementazione di ciò che è stato deciso in Svezia».

Mentre Martin Griffiths è impegnato tra Yemen e Arabia Saudita, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha chiesto al Consiglio di Sicurezza di approvare l’invio di 75 osservatori internazionali a Hodeidah per una missione di 6 mesi che permetta di monitorare il cessate il fuoco e la redistribuzione delle forze, una missione che ha in realtà la funzione di accelerare questo processo.

Il Consiglio di sicurezza dovrà prendere una decisione sulla richiesta di Guterres entro il 20 di gennaio, quando scadrà l’autorizzazione di 30 giorni per la presenza sul terreno di un gruppo di lavoro guidato dall’ex generale olandese Patrick Cammaert, una missione che ha visto il personale Onu muoversi sul territorio senza armi e senza uniformi.

Nella proposta inviata lo scorso 31 dicembre al Consiglio di Sicurezza, Guterres ha parlato della squadra di 75 membri come di una “presenza agile” per monitorare la conformità dell'accordo e per stabilire e valutare fatti e condizioni sul terreno. Nel documento si legge che «saranno necessarie risorse adeguate per garantire la sicurezza e la protezione del personale delle Nazioni Unite, compresi i veicoli blindati, le infrastrutture di comunicazione, gli aeromobili e il supporto medico appropriato», risorse che «saranno un prerequisito per il lancio e il mantenimento della missione proposta»

Hodeidah è oggi un luogo decisivo sia per lo Yemen sia per la guerra, al punto da essere diventata la principale linea armata di confine dopo che a giugno le forze filo-governative sostenute dall'Arabia Saudita avevano lanciato un'offensiva per catturarla a giugno. Il porto del Mar Rosso è infatti il luogo di accesso principale per gli aiuti umanitari e le forniture civili allo Yemen, beni fondamentali in un Paese che già prima del conflitto era il più povero della Penisola arabica.

La coalizione a guida saudita, che ha avuto in questi anni il supporto logistico degli Stati Uniti, ha condotto oltre 18.000 attacchi aerei che hanno colpito in numerose occasioni anche strutture civili, come scuole, ospedali e moschee.

Il conflitto ha scatenato quella che le Nazioni Unite hanno definito “la peggiore crisi umanitaria del mondo”, che vede 14 milioni di yemeniti sull'orlo della carestia e tra questi oltre 1,8 milioni di bambini sotto i cinque anni in gravi condizioni di malnutrizione.

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