Bontà, non buonismo

Riflessioni sul discorso del presidente Mattarella e sul recente documento prodotto dalla Fcei, "Evangelici nello spazio pubblico"

«Non dobbiamo avere timore di manifestare i buoni sentimenti che rendono migliore la nostra società»: è una delle affermazioni contenute nel discorso di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, discorso inconsueto e già abbondantemente commentato, cui vorremmo dedicare qualche riflessione. La prima: Mattarella, parlando di bontà ha respinto il buonismo. Questa brutta parola, inventata di recente nell'ambito politico e giornalistico, viene usata generalmente per criticare la presunta ingenuità di quanti, specialmente nell'ambito del volontariato laico o religioso, vorrebbero affrontare il problema immigrazione puntando su accoglienza e solidarietà, quindi in modo assistenziale o assistenzialistico. Senza realismo politico né economico, senza garanzie di sicurezza né regole da applicare con rigore. Chi ha la malattia del buonismo è uno che gli stranieri quasi se li coccola, li inserisce, li sostiene mentre gli italiani disoccupati vengono sempre dopo. Vien da chiedersi come evitare il buonismo: bisogna forse fare del cattivismo?

In secondo luogo, facendo riferimento ai buoni sentimenti, era facile cadere nella retorica. Il discorso del Presidente invece non è stato retorico e neppure generico, come quello slogan di una pubblicità dove si vede un nonno che dice ai bambini: fate i buoni!

Non ha espresso dei sogni ma ha esortato a «non confinare i sogni e le speranze alla sola stagione dell'infanzia». Ha detto che vanno evitate le tasse sulla bontà. E questa è politica.

In terzo luogo tutto il suo discorso era teso alla necessità prioritaria di costruire una comunità di vita, «pensarsi dentro un futuro comune, condividere valori, prospettive, diritti, doveri, avere rispetto gli uni per gli altri». Ecco, dopo la parola bontà, la parola rispetto, anch'essa antica, forte, chiara, più dello spread .

 Il contrario dell'astio, dell'insulto, dell'intolleranza che creano ostilità e timore.

Per pura coincidenza, a fine novembre la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei) aveva tenuto la sua assise riflettendo sul proprio ruolo. Vale a dire sul tema “Evangelici nello spazio pubblico”. Proprio all'inizio del documento finale approvato dall'Assise Fcei, si esprime una forte preoccupazione per il clima culturale che si va affermando nel paese, con la continua delegittimazione degli avversari, la rissa, fino a campagne di odio amplificate dai media…

«Come evangelici – leggiamo nel documento – confessando che è la Verità di Cristo che ci rende liberi, ribadiamo il nostro impegno a cercare la verità nel confronto, anche appassionato ma sempre rigoroso, razionale, fondato su dati oggettivi e informazioni corrette che respingono manipolazioni e semplificazioni di temi complessi.

Alla diffusione di rabbia paura e sfiducia vogliamo opporre il messaggio biblico che parla della dignità che Dio ha conferito a ogni essere umano di accoglienza e di amore del prossimo (Gen.1, 26-28) ».

Mi è parso che il discorso del Presidente Mattarella e quello dell'assise Fcei possano utilmente essere letti e discussi nelle chiese e in particolare con giovani che hanno davanti a loro un futuro pieno di nubi a volte minacciose.

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