Inciampare per ricordare

Il furto delle pietre che ricordano la deportazione degli Ebrei nella Seconda guerra mondiale è un segnale preoccupante sul crinale che separa civiltà e barbarie

La prima “pietra d’inciampo”, un “sampietrino” con la parte a vista, la faccia superiore, che ricorda le persone che vivevano nella casa di fronte a cui sono sistemate e che morirono in un campo di sterminio, fu collocata a Colonia, nel 1992, su iniziativa di un artista tedesco, Gunter Demnig. Da allora ne sono poste migliaia in tutta Europa.

Perché dobbiamo inciampare, con la mente e con il cuore, evidentemente, e in che cosa? Su che cosa dobbiamo riflettere? Perché è orribile la rimozione dell’inciampo mentale tramite il furto dell’oggetto fisico che a tale inciampo vorrebbe spingerci, come è avvenuto il 10 dicembre scorso nel pieno centro di Roma, in via Madonna dei Monti? La sindaca di Roma ha condannato l’accaduto dicendo che «bisogna rispettare la memoria». Temo che con questa frase si intenda la memoria che i sopravvissuti dei morti nei campi di sterminio coltivano e a cui si deve rispetto. Noi dobbiamo rispettare la loro memoria.

Le cose sono più complicate e più drammatiche di così. Dobbiamo inciampare nella memoria della nostra storia, dobbiamo inciampare nella vergogna della nostra nazione e capire perché è successo. Si tratta anche della memoria nostra. Di ciò che noi dobbiamo ricordare per sapere che cosa vogliamo diventare. Ogni pietra d’inciampo ci ricorda, con la concretezza dei pochi dati biografici, molte cose, e in ognuna di esse, nessuna esclusa, dobbiamo inciampare.

La maggior parte dei nomi sulle pietre d’inciampo sono di cittadini ebrei. Dobbiamo inciampare nel fatto che in Germania come in Italia furono introdotte leggi antisemite che prima deprivarono cittadini ebrei dei loro diritti, poi li deportarono e poi li uccisero. Dobbiamo inciampare nel fatto che ciò avvenne con il plauso o l’accondiscendenza o l’indifferenza o il silenzio della maggior parte dei cittadini, comunque senza immediate e significative opposizioni, dirigenze ecclesiastiche comprese, mentre la propaganda agitava la necessità che il “popolo” si difendesse dalla minaccia che gli ebrei rappresentavano.

L’idea che gli ebrei fossero una minaccia era insieme la tesi di una millenaria tradizione di antigiudaismo cristiano, ecumenicamente condivisa, e tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo ravvivata e reinterpretata in funzione antiliberale, antisocialista, antimoderna come avevano fatto ad esempio il predicatore luterano della corte prussiana e fondatore di un partito cristiano sociale Adolf Stoecker e i gesuiti de La Civiltà cattolica. Ma era anche la cifra di una montante avversione alla democrazia repubblicana e costituzionale e di nazionalismi populisti che additava nell’ebreo divenuto cittadino l’incarnazione del nemico. Dobbiamo inciampare nel fatto che anche fra i cristiani che si opposero ad alcuni aspetti della visione razziale di nazismo e fascismo, molti condividevano come se fosse un dato oggettivo la convinzione che gli ebrei fossero un problema per la nazione, anzi la sua rovina. Dobbiamo inciampare nel fatto che su ogni cattedra, di liceo o universitaria, al posto di un ebreo radiato, salì un ariano che occupò un posto che non aveva meritato e che quasi nessuno protestò. Dobbiamo inciampare nel fatto che molte deportazioni, in Italia, avvennero su delazione mercenaria: c’era chi denunciava il vicino in cambio di denaro. Dobbiamo inciampare nel fatto che il re d’Italia firmò le leggi razziste.

Dobbiamo inciampare nel fatto che le libertà e i diritti di cui godiamo oggi ci sono perché le nostre Repubbliche, quella italiana e quella tedesche, e le loro Costituzioni nacquero in reazione a quegli orrori e alle culture politiche che li avevano concepiti o tollerati.

Inciampare, con la mente, con il cuore, non è dunque soltanto un atto di rispetto per le vittime, ma è ciò che ci serve a rendere i nostri passi avveduti sul crinale che separa la civiltà dalla barbarie. E’ l’inciampo che forse ci può ancora trattenere, se inciampiamo, sulla via della progressiva dissoluzione di ciò che hanno voluto quelli che all’orrore reagirono e di cui fino ad oggi abbiamo beneficiato. Il mai defunto antisemitismo torna a diffondersi in Europa. Crescono i movimenti di strema destra, con espliciti richiami al nazismo e al fascismo. Sempre più il discorso politico, in Europa, ruota intorno a questioni identitarie, rivendicazioni nazionalistiche in nome del “popolo sovrano” e dei suoi umori, che si cerca di intercettare in vista di consenso, per cui non è assurdo pensare alla possibilità di “democrazie illiberali”.   

Additare un nemico, colpevole delle nostre disgrazie, porta consenso anziché prospettare faticosi cammini per affrontare problemi complessi. Ogni pietra d’inciampo è lì come monito a ricordarci che l’Europa ha già visto dove certe parole conducono. Il problema più drammatico non è l’azione di chi elimina o oltraggia l’inciampo, ma i discorsi che ci sono intorno alle mani di chi compie il gesto. E’ di questi discorsi che ci dovremmo preoccupare. Le pietre d’inciampo sono lì per quello. Siamo ancora in tempo per contrastare questi discorsi?

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