Visti umanitari: un segnale dal Parlamento europeo

Ora la Commissione europea ha tempo fino al 31 marzo per tradurre in legge la proposta parlamentare. Ci saranno volontà e coraggio di farlo?

Lunedì 10 dicembre il Parlamento europeo, riunito in sessione plenaria a Strasburgo, ha approvato una proposta che ha lo scopo di creare un sistema di visti umanitari a livello comunitario. Si tratta di un’iniziativa legislativa che viene inviata ora alla Commissione europea, che dovrebbe esprimersi sul tema entro il 31 marzo 2019, ultima data disponibile per una decisione di questo tipo. Se il percorso non si dovesse interrompere, come invece sembra successo alla riforma del Regolamento di Dublino, i Paesi dell’Unione europea potrebbero a quel punto rilasciare, attraverso le loro ambasciate e consolati all’estero, un visto europeo umanitario valido per il territorio dei singoli Stati membri, disponibile per tutti coloro che vogliano fare richiesta di protezione internazionale.

L’idea è quella di incoraggiare l’immigrazione regolare di quelle persone che hanno diritto alla protezione umanitaria, riducendo di conseguenza le morti di chi cerca di entrare in Europa in modo forzatamente illegale. Il sistema di accoglienza europeo, spiega infatti il documento approvato al Parlamento, finora non ha saputo rispondere alle esigenze delle persone migranti, in continua mutazione ed evoluzione: gli oltre 2.000 morti in mare del 2018, un anno che ha visto una riduzione delle partenze dalla Libia, ma anche un arretramento del lavoro di ricerca e soccorso, sono il segno di una vera emergenza umanitaria, pur di fronte a numeri del fenomeno migratorio che non sono emergenziali.

Il percorso legislativo europeo è spesso lungo e accidentato, e in questo caso in particolare sono almeno due i rischi per cui questa proposta potrebbe non tradursi mai in legge: è lo stesso relatore, Juan Fernando López Aguilar, a spiegare che «l’immigrazione resta oggetto di preoccupazione per gli europei», ma che «bisogna separare i fatti dalle percezioni, come quella che l’immigrazione è fuori controllo, che rappresenti un’aggressiva invasione dell’Unione europea, un cavallo di Troia. Non c’è evidenza empirica che sostiene questa lettura». Collegato al problema della percezione si trova quello dei tempi: è tutt’altro che certo che nei prossimi mesi la Commissione europea, in scadenza di mandato, possa decidere di impegnarsi su un tema così delicato e divisivo, soprattutto di fronte a elezioni europee che sembrano destinate a premiare i partiti più critici nei confronti di un’apertura di canali migratori.

Il gruppo parlamentare S&D, gruppo dei Socialisti e Democratici (di cui fanno parte, tra gli altri, il Partito Democratico e Possibile), che ha proposto e portato avanti il progetto, sottolinea come l’Unione europea non si sia mai dotata di una cornice «armonizzata» per le «procedure di entrata protette» e che la quasi totalità di coloro che ottengono la protezione internazionale sono costretti oggi a entrare in Europa attraverso percorsi irregolari, esponendosi a rischi personali e alimentando il mercato del traffico di esseri umani.

Se la proposta legislativa dovesse diventare una norma vera e propria, una persona che si trova in un Paese terzo in condizioni di vulnerabilità o necessità, potrebbe fare richiesta di protezione internazionale in una qualsiasi ambasciata, consolato o delegazione di uno Stato membro. Nella proposta si legge che «i potenziali beneficiari dei visti dovranno fornire le prove del rischio che stanno correndo, e non di essere già impegnati in un processo di relocation». Tra le persone che potrebbero beneficiare di questo nuovo strumento si ritrovano le minoranze religiose perseguitate, oppure le persone omosessuali, o ancora minoranze etniche a rischio.

A favore del provvedimento ha votato anche il Movimento 5 Stelle. Da forza di governo in Italia, il movimento guidato oggi da Luigi Di Maio ha invece contribuito all’approvazione e trasformazione in legge del Decreto Sicurezza e Immigrazione firmato dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, un decreto che tra gli altri provvedimenti abolisce di fatto la protezione umanitaria, sostituendola con un permesso speciale molto più restrittivo e che non darà accesso all’accoglienza strutturale Sprar.

La posizione espressa a Strasburgo da una delle anime del governo italiano sembra quindi lontana dalle politiche approvate a Roma. Laura Ferrara, vicepresidente della Commissione Giustizia del Parlamento europeo, spiega che «consentire a chi ha bisogno di protezione internazionale di richiedere un visto all’estero, presso le ambasciate o i consolati dell’Unione europea, significa aumentare la sicurezza dei Paesi europei di destinazione, ridurre movimenti secondari attraverso l’Unione, scardinare business di reti criminali e migliorare il controllo dei flussi migratori», aggiungendo poi che lo scopo finale è «creare finalmente un’alternativa legale al traffico di esseri umani, contrastando allo stesso tempo il business dell’immigrazione che abbiamo sempre denunciato».

Nella foto il Parlamento europeo di Strasburgo

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