Carta di Roma. Presentato il VI Rapporto «Notizie di chiusura»

Il racconto del fenomeno migratorio resta un tema centrale nella stampa e soprattutto nelle televisioni

«L’alta visibilità mediatica, le cornici della sicurezza e della criminalità, la marginalizzazione dell’accoglienza e del soccorso in mare, la sovrapposizione dell’agenda della politica, provocano un inasprimento dei toni e del lessico, non tanto in chiave allarmistica, quanto di divisione e di inconciliabilità tra “noi” e gli “altri”»; è quanto emerge dal VI Rapporto della Carta di Roma «Notizie di chiusura», presentato ieri mattina presso la Camera dei deputati a Roma.

Un’analisi capillare dei media italiani aggiornata al 31 ottobre 2018 realizzata dall’Associazione Carta di Roma – nata per dare attuazione al protocollo deontologico per un’informazione corretta sui temi dell’immigrazione, siglato dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (Cnog) e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana (Fnsi) nel giugno del 2008 e che vede tra i fondatori e ancora oggi nel direttivo la Federazione delle chiese evangeliche in Italia, Fcei – e l’Osservatorio di Pavia.

Anche il rapporto 2018 conferma alcune tendenze già rilevate negli anni precedenti: una centralità del fenomeno migratorio nella comunicazione e la permanenza di alcune cornici «allarmanti», spesso legate a sensazioni quali il «sospetto», e spinte emotive di «divisione».

Giuseppe Giulietti, presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, ha aperto i lavori ricordando quanto il significato di alcune parole sia stato recentemente rovesciato nel racconto mediatico: «Pacchia, crociera, clandestino, la “paghetta” dei 35 euro, l’invasione, sono parole con cui una certa politica fa propaganda, ma che rimbalzano su tutti i giornali e telegiornali, e spesso senza contraddittorio». Affermazione condivisa da Valerio Cataldi, presidente dell’Associazione Carta di Roma che ha rincarato: «le parole, se strumentalizzate, possono anche trasformare la realtà».

«La funzione sociale del giornalista è quella di essere arbitri del linguaggio – ha rilevato il vicedirettore de L’Espresso Lirio Abbate –. Pacchia e invasione sono parole disumanizzanti, anche migrante è diventata una parola “politica”. É la strumentalizzazione che si fa del migrante a generare le paure. Oggi abbiamo anche paura di avere paura, e questo ci spinge a generare tanti errori, anche giornalistici».

L’attenzione sul fenomeno migratorio, ricorda ancora il Rapporto «è stata maggiore nella tv e minore nella carta stampata. Sulle prime pagine dei principali quotidiani nazionali si assiste a una riduzione di notizie sul tema rispetto agli anni precedenti: nel 2018 sono state 834 contro le 1.006 del medesimo periodo nel 2017. Invece nei telegiornali di prima serata delle reti Rai, Mediaset e La7, è aumentato il numero di notizie: 4058 nei primi dieci mesi del 2018, il 10% in più rispetto all’anno precedente».

La conduttrice di Agorà Serena Bortone, ha ricordato quanto il compito del giornalismo sia «raccontare il mondo, saper dotare lettori, telespettatori e politica di strumenti per far comprendere la realtà».

Una realtà che è anche percezione, e per questo non  meno reale della stessa realtà, ha rimarcato il sociologo Ilvo Diamanti: «Fino a qualche anno fa l’immigrazione era raccontata attraverso l’immagine dell’accoglienza. Oggi non è più così. Siamo passati dalla comprensione, dalla pietà, alla paura. Una crisi identitaria quella italiana da non sottovalutare. Sarebbe più utile invece reprimere la paura e muoversi verso l’integrazione. Diventare veri protagonisti di questo fenomeno per non subirlo».

Il filo conduttore di questi ultimi sei anni di analisi e di rapporti è stata «l’emergenza», una «crisi infinita» e «endemica», che è mutata nel tempo ma dilagante narrata sulle pagine di giornali e dentro i servizi televisivi, dalla cronaca al dibattito politico, sia in Italia, sia tra le istituzioni europee. Le parole chiave più utilizzate negli anni infatti evidenziano le mutazioni e le cornici «di questa crisi»: Lampedusa nel 2013, Mare nostrum nel 2014, Europa nel 2015, muri nel 2016, Ong nel 2017 e Salvini nel 2018.

Nel racconto delle migrazioni si assiste a una sovrapposizione di notizie tra l’agenda politica e quella mediatica: 875 notizie in un mese (quello di giugno con la vicenda della nave Aquarius), il valore più alto dal 2015 a oggi.

Le notizie relative alla questione migranti, rifugiati e ai richiedenti asilo nei notiziari del 2018 sono passate dal 7% al 16%, però con contesti tematici problematici: le aggressioni e gli attacchi di matrice razzista e i casi di caporalato e sfruttamento lavorativo.

L’analisi del dibattito sulle pagine Facebook dei principali quotidiani italiani in concomitanza del raid razzista a Macerata il 3 febbraio 2018, ad esempio «ha scatenato molte reazioni, anche feroci, all’interno della comunicazione sociale nella rete mettendo in luce alcuni aspetti della comunicazione online – ha spiegato il ricercatore dell’Osservatorio di Pavia, Giuseppe Milazzo –; dove la presenza e la permanenza dei linguaggi è apertamente ostile e discriminatoria, declinata su vari livelli dagli insulti al turpiloquio, all’apologia della violenza contro gruppi di persone anche su base etnica».

Il rapporto è stato sostenuto attraverso i fondi otto per mille dell’Unione delle chiese metodiste e valdesi

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