Il vescovo Andrus alla conferenza Onu sui cambiamenti climatici

«Il clima della Terra sta cambiando sempre più velocemente, non si ricordano nella storia mutazioni così repentine a causa delle attività umane»

Incendi, uragani, quattro anni di temperature da record, acidificazione degli oceani, innalzamento del livello del mare; perdita di specie marine e animali; siccità: tutto è peggiorato per via del cambiamento climatico che sta causando crisi umanitarie con proporzioni preoccupanti.

«Il clima della Terra sta cambiando sempre più velocemente, non si ricordano nella storia mutazioni così repentine a causa delle attività umane», ha avvertito la National Climate Assessment (Nca) nella quarta valutazione del clima nazionale sugli impatti e i rischi negli Stati Uniti. Un rapporto redatto dal governo americano con un dossier di 1.656 pagine contenente dati, previsioni e riscontri.

Per porvi rimedio, da domenica scorsa 2 dicembre (forse una delle ultime occasioni disponibili per salvare il nostro pianeta prima di giungere a un punto di non ritorno) molti rappresentanti degli Stati membri delle Nazioni Unite, di organizzazioni non governative, senza scopo di lucro e religiose (tra esse anche il Consiglio ecumenico delle chiese – Cec e la Conferenza delle chiese europee - kek e le chiese anglicane) si sono riunite a Katowice in Polonia per la 24a Conferenza delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) - Cop24, per definire un quadro di azione comune e realistico per attuare «l’accordo di Parigi», formulato nel 2015 in occasione della ventunesima conferenza.

«Tutte le nazioni del mondo hanno firmato l’Accordo di Parigi. Una proposta che era stata immediatamente sostenuta dalle grandi religioni del mondo e dalle diverse tradizioni spirituali e indigene, per trovare “una via di guarigione per il nostro pianeta”», rileva Marc Andrus, vescovo episcopale della California che in questi giorni è a capo di una delegazione di otto membri (in rappresentanza del vescovo Michael Curry) a Katowice.

Questa è la quarta delegazione inviata dalla Chiesa episcopale statunitense alle conferenze sui cambiamenti climatici dal 2015, dove proprio in quell’anno in Francia si giunse al famoso accordo di Parigi e si decise di fissare il riscaldamento globale al di sotto dei due gradi celsius necessari per evitare «una spirale catastrofica, con scioglimenti dei ghiacciai, innalzamento del livello del mare e conseguenze estreme e meteorologiche correlate».

Nel 2017, tra le strategie dell’«American First» di Trump annunciò il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo internazionale, dicendo che avrebbe leso «l’economia statunitense mettendola in una posizione di svantaggio». Da allora, il movimento We Are Still In, si muove con più di 200 organizzazioni religiose, incluse le chiese episcopali per contrastare quella decisione e promuovere la salvaguardia del nostro pianeta.

«Tuttavia, siamo molto lontani dal raggiungere l’obiettivo previsto nell’Accordo con la riduzione della quantità di anidride carbonica nell’atmosfera ai livelli preindustriali. La conferenza in Polonia – ha rilevato Lynnaia Main, rappresentante della Chiesa episcopale presso le Nazioni Unite –, infatti, intende porre nuove regole, senza le quali s’interromperebbe qualsiasi livello di burocrazia». Tutti gli scienziati del mondo sono concordi, insieme all’Organizzazione meteorologica mondiale, sul fatto che «se non vi sarà un rapido cambiamento di rotta, il riscaldamento globale potrebbe raggiungere tra i tre e i cinque gradi Celsius già entro la fine del secolo».

Nel 2016, la Chiesa episcopale statunitense ha ottenuto lo status di osservatore Onu che consente ai membri della delegazione di informare i rappresentanti delle Nazioni Unite, in tema di risoluzioni climatiche e di partecipare alle riunioni ufficiali: «Speriamo che le nostre azioni a Katowice – conclude Andrus –  possano rafforzare l’impegno comune per l’eliminazione della povertà attraverso nuove azioni di sviluppo sostenibile, promuovere il sostegno a migranti e rifugiati e a difesa delle popolazioni indigene, indicare strade per favorire l’integrazione, combattere le violenze, come quelle sulle donne, sostenere i diritti sanciti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani».

La giustizia ambientale è una delle tre priorità della Chiesa episcopale insieme alla riconciliazione tra i popoli e l’evangelizzazione. In occasione della La 79a Conferenza Generale della chiesa, riunitasi lo scorso luglio ad Austin in Texas sono state infatti approvate 19 risoluzioni ambientali.