Vivere la relazione con Dio con piena responsabilità

Un giorno una parola – commento a Giobbe 33, 13-14

Perché contendi con lui? Egli non rende conto dei suoi atti. Dio parla una volta e anche due, ma l’uomo non ci bada
Giobbe 33, 13-14

Ed essi dissero l’uno all’altro: «Non sentivamo forse ardere il cuore dentro di noi mentr’egli ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture?
 Luca 24, 32

La lettura di queste parole separate dal contesto del lungo discorso in cui sono pronunciate fa, come spesso accade, assumere al messaggio un significato assai diverso da quello che hanno nell’economia del libro di Giobbe. Giobbe lamenta un agire di Dio contrario al suo senso di giustizia, protesta la sofferenza immeritata, rompe lo schema sapienziale della retribuzione degli atti, o meglio, mostra come Dio permetta che quella logica venga tradita dal dolore dell’innocente, dalla prevaricante presenza-assenza di Dio, dal suo incombere tormentante proprio nel silenzio. 

Ed è a questo riguardo che Elihu pronuncia le parole riferite in questi versetti: un tentativo dotto di fare ragionare Giobbe e gli altri amici, di temperare le asprezze emerse dalle ultime parole pronunciate, di mostrare come in ogni caso la causa sia vinta con giustizia da Dio. Secondo Elihu Dio non fa silenzio, anzi, pur non essendo in dovere di rendere conto a nessuno, tuttavia con pazienza risponde e addirittura ripete la risposta: il torto è tutto umano, è l’uomo (qui Giobbe) che non ascolta, che non vuol sentire. Ma è vero? 

Nel discorso di Elihu Dio esce non solo vincitore, ma anche «pulito»: proprio questo trae in inganno il lettore che si limitasse a leggere questa frase fuori contesto. Il senso complessivo del racconto di Giobbe è ben altro che forzare con la teologia le porte di un cuore che grida di dolore: Dio non esce dalla contesa se non portando con sé Giobbe, così come con la Sua corresponsabilità si era arrivati alla situazione drammatica. Le giustificazioni accomodanti sono spezzate per sempre, finito il tempo in cui era possibile vivere la relazione con il Nome come un suddito: gli attori sono due, ciascuno con piena responsabilità e appropriata dignità. È prudente e saggio prendere le distanze da una teologia che cerca troppo spasmodicamente di far quadrare i conti, specialmente quando c’è in gioco l’etica: il rischio non è fare torto a Dio, ma dimenticarsi di rendere giustizia all’essere umano, la sola cosa che interessi… proprio a Dio.

 

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