Sud Sudan, le chiese per il processo di pace

Piano di azione per la fine del conflitto entro il 2023

Il Sud Sudan è diventato uno stato indipendente nel 2011 a seguito di un referendum per l’autonomia dal Sudan dopo 64 anni (era il 1947, data dell’indipendenza dall’Inghilterra).

Dal 2013 è scoppiata una tremenda guerra civile, che è l’ennesimo conflitto interetnico che sconvolge la regione da decenni. In particolare a scontrarsi sono le etnie dinka, cui appartiene il presidente Salva Kiir, e Nuer cui appartiene l’ex vice presidente Riech Machar

Gli sfollati interni negli ultimi cinque anni sono almeno quattro milioni, circa un quarto della popolazione sud sudanese, e almeno due milioni si sono riversati nei campi profughi delle nazioni confinanti, soprattutto Kenya e Uganda. Difficile la conta delle vittime, che stime valutano in oltre 50 mila

Il 4 ottobre, il Consiglio sud sudanese delle chiese (Sscc) ha rilasciato una dichiarazione sull'accordo di pace da rivitalizzare e sul piano d'azione per la pace fino al 2023.

La dichiarazione ribadisce l'appello delle chiese allo stop delle violenze come prerequisito per una pace duratura. «Questa volta non si può permettere che l'accordo di pace fallisca», si legge nel testo. «Le radici del conflitto devono essere affrontate, onestamente e in modo trasparente, e deve esserci un dialogo onnicomprensivo e imparziale».

Nel suo piano d'azione per la pace, l'Sscc ha promesso di rafforzare le strutture ecclesiastiche e dare potere ai facilitatori della pace ad ogni livello.

«Riconoscere il passato e scusarsi per la sofferenza delle vittime, è un passo verso la guarigione, anche per coloro che hanno commesso o sofferto terribili atrocità», recita il piano d'azione. «Permette a coloro che sono stati offesi di guardare al futuro piuttosto che rimanere nel passato; per decidere contro la vendetta e la rabbia».

 

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