Taranto vuole prendere in mano il suo destino

Il rischio ambientale e la tutela dei lavoro richiedono che la città sia partecipe delle decisioni che sono state e saranno prese attorno alle acciaierie Ilva

Quando spira con forza il vento da nord/nord-ovest la sofferenza ambientale della città di Taranto si rende immediatamente visibile e sensibile. L’atmosfera diventa torbida e lo spolverio dei parchi minerari e le emissioni della parte a caldo dell’impianto a ciclo integrale aggrediscono la città, a partire dal quartiere Tamburi, a ridosso del quale, a poche centinaia di metri fu installato nel 1960 lo stabilimento siderurgico Italsider delle Partecipazioni statali. Polvere e cattivo odore sono i dati rilevabili dai sensi dei cittadini, ma altri inquinanti, che vista e olfatto non rilevano, vengono a contatto con l’esistenza giornaliera della cittadinanza con grave e accertato pregiudizio delle loro condizioni di salute. Questa è la situazione corrente.

Il Governo precedente a quello in carica, tramite decretazione ha consentito all’Ilva, dal sequestro giudiziario del luglio 2012 in poi, di continuare a produrre in amministrazione straordinaria, con il compito assegnato agli amministratori di porre l’azienda sul mercato per una nuova privatizzazione e, contemporaneamente, di procedere agli interventi di ambientalizzazione impiantistica definiti dall’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) – 2012, avvalendosi dei fondi trasferiti all’estero e sequestrati al gruppo Riva. Pervengono due offerte d’acquisto, una dal gruppo franco-indiano Arcelor-Mittal e l’altra da parte di AcciaItalia, la cordata composta dal gruppo indiano Jindal, Cassa depositi e prestiti, Arvedi e Delfin. I commissari valutano positivamente l’offerta di Arcelor-Mittal e il precedente governo accetta l’offerta. Parte della cittadinanza appoggia il Movimento 5 Stelle, che si presenta come la forza politica che, se inviata a governare, farà chiudere l’Ilva, e insieme provvederà a conversione industriale, bonifiche, e diversificazione produttiva per riassorbire i suoi lavoratori.

Il ministero dello Sviluppo Economico passa al Movimento 5 Stelle, e dopo laboriose verifiche si dichiara costretto a consegnare lo stabilimento ad Arcelor-Mittal, avendo raggiunto l’accordo con le organizzazioni sindacali, approvato con referendum dai lavoratori, e avendo acquisito un addendum, documento presentato come impegnativo per Arcelor-Mittal, sugli interventi di ambientalizzazione. Acquisito il risultato, pur con qualche preoccupazione sulla modulazione del percorso, che prevede, a fine 2023, l’assunzione da Arcelor-Mittal di eventuali lavoratori ancora in esubero, l’esame di questo addendum è quello che desta maggiori preoccupazioni. Esso viene completamente svalutato da coloro che premevano per la chiusura, mentre per altra parte della cittadinanza esso contiene alcune luci e molte ombre. Si può valutare positivamente l’impegno di coprire i parchi minerali entro la fine del 2019, come pure i nastri trasportatori delle materie prime, e di installare sistemi di filtraggio degli inquinanti, presentati come particolarmente efficaci. Inoltre l’immunità penale è concessa solo in quanto strettamente correlata alle condotte poste in essere in attuazione degli interventi di ambientalizzazione. Invece Il passaggio dalla produzione di 6 milioni di tonnellate di acciaio, volume che secondo Arpa Puglia sarebbe compatibile con condizioni accettabili dal punto di vista sanitario e ambientale, a 8 milioni di tonnellate impegna l’acquirente a fornire solo un confronto che attesti l’invarianza di emissioni e non comporta, in caso di superamento, l’impedimento all’aumento della produzione.

Ultima questione di grande importanza, non viene prevista una valutazione preventiva dell’impatto sanitario e ambientale prima della autorizzazione a produrre più di 6 milioni di tonnellate. Bastano solo questi elementi per sottolineare che le istituzioni preposte ai controlli debbano essere chiamate dalla cittadinanza a verifiche trasparenti e tempestive decisioni conseguenti, non dimenticando mai che la latenza delle patologie richiede e richiederà una idoneo adeguamento delle strutture sanitarie. L’auspicio è che la cittadinanza, ormai superate le divisioni Ilva si – Ilva no, riprenda in mano il proprio destino attraverso la propria rinnovata partecipazione.

* chiesa valdese di Taranto – testo condiviso dall’Assemblea di chiesa di domenica 16 settembre

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