Yemen, tutte le parti in conflitto hanno commesso crimini

È quanto emerge dall’ultimo rapporto redatto da un gruppo di esperti incaricati dall’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Intervista a Charles Garraway, membro della commissione

Nel mese di agosto l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, Ohchr, ha pubblicato un nuovo rapporto dedicato allo Yemen. Nel Paese, che era già il più povero di tutta la Penisola Arabica, la guerra è scoppiata nel marzo del 2015, quando una coalizione militare a guida saudita intervenne in supporto al presidente Abd Rabbih Mansur Hadi, deposto dai ribelli Houthi, alleati dalla fine dell’anno precedente con l’ex presidente Ali Abd Allah Saleh.

Nel rapporto, lungo 41 pagine, è stato curato da un gruppo di esperti incaricati proprio dall’Ohchr, si punta il dito contro entrambe le parti in conflitto, sostenendo che le violazioni contro la popolazione civile dello Yemen esaminati potrebbero essere considerati crimini di guerra.

Secondo il gruppo di esperti, sarebbe necessario un tribunale indipendente e competente che vada ad accertare le responsabilità. L’agenzia Onu calcola infatti che «dal marzo 2015 fino al 23 agosto 2018, 6.660 civili sono stati uccisi e 10.563 feriti», ma aggiunge che «è probabile che le cifre reali siano significativamente più alte». Parliamo di una guerra che non ha prodotto grandi flussi di profughi verso l’Europa e che forse per questo motivo non ha mai ricevuto troppe attenzioni in Italia. Eppure, sul terreno dello Yemen si scontrano più o meno indirettamente le due grandi potenze regionali, Iran e Arabia Saudita, dando al conflitto un valore ben più ampio, e rappresenta una tra le più gravi crisi umanitarie al mondo. Inoltre, sono diversi i Paesi occidentali, tra cui in parte l’Italia, coinvolti nella guerra attraverso la fornitura di armi ai sauditi.

In particolare, nel report vengono fornite descrizioni della situazione umanitaria nel Paese da settembre 2014 a giugno 2018, un periodo che ha visto «violazioni e abusi dei diritti umani, del diritto internazionale umanitario e del diritto penale internazionale commessi dalle parti in conflitto». Inoltre il rapporto «identifica anche aree significative in cui potrebbero essere state commesse violazioni e abusi, ma sono necessarie ulteriori indagini». Il legale britannico Charles Garraway, membro del gruppo di esperti che ha curato il rapporto e prima consulente legale dell’Esercito del Regno Unito, racconta che «la prima e forse più importante scoperta del nostro lavoro è la tragicità della guerra. Colpisce i civili in Yemen in un modo totalmente inaccettabile: al di là delle cause della guerra e al di là del suo svolgimento, è la gente in Yemen che sta soffrendo. Credo che questa sia la più importante tra le conclusioni del nostro lavoro».

Ciò che scrivete nel rapporto non è una novità assoluta, nel senso che una serie di osservazioni erano già state espresse nei precedenti documenti. Ma quali sono le principali differenze in questa nuova pubblicazione?

«Penso di dover sottolineare due aspetti. Il primo è che è vero che abbiamo già sentito dire che questa è una tragedia, ma in questo rapporto per la prima volta abbiamo un’analisi dettagliata fatta da persone che sono andate davvero in Yemen. Visti tutti i problemi che hanno i giornalisti nell’accedere al Paese possiamo parlare davvero di una guerra dimenticata, che le persone non possono osservare. Ma la differenza più specifica di questo rapporto è che abbiamo cercato di esaminare le violazioni dei diritti umani e delle leggi umanitarie internazionali, e per questo abbiamo guardato in entrambi gli schieramenti, abbiamo ascoltato entrambi gli schieramenti e abbiamo cercato di incontrare tutti per scoprire dove e come le cose siano andate storte, perché è chiaro che le cose stanno andando nel modo sbagliato».

Come diceva, molti giornalisti hanno sottolineato la grande difficoltà di ottenere informazioni credibili e verificabili in questo contesto. Per voi quali sono stati i principali problemi in questo senso?

«Credo vada riconosciuto che abbiamo avuto molta cooperazione da parte di tutti e quindi va ringraziato chiunque ci abbia aiutato: abbiamo potuto visitare Aden e Sana’a e siamo andati anche a Riyadh. Tuttavia, è inevitabile che in una situazione di conflitto ci siano problemi di accesso alle informazioni. Per esempio, non abbiamo potuto raggiungere Taiz, che è una città che sta soffrendo probabilmente più di ogni altra e quindi per le nostre prove ci siamo dovuti affidare a fonti di seconda mano. È per questo che non siamo riusciti a produrre conclusioni definite a proposito di Taiz. In secondo luogo, quando si ha a che fare con dei combattimenti, una grande quantità di informazioni provengono da fonti riservate, confidenziali. Se si guarda alle condotte in una guerra quello che si cerca di capire è come chi conduce l’attacco sta gestendo le procedure. Non è tanto il risultato, quanto il processo che porta a quel risultato a essere importante per le leggi di un conflitto armato. E l’unico modo per ottenere quelle informazioni è richiederle alle parti in guerra: come hanno previsto i danni collaterali, cioè le vittime civili? Che tipo di vantaggio militare avevano a disposizione? Bene, molto di questo lo si ritrova in informazioni riservate e per questo motivo gli Stati sono riluttanti a fornirle. Non abbiamo avuto la possibilità di accedere in dettaglio alle informazioni che abbiamo richiesto alla coalizione saudita per comprendere il processo di definizione degli obiettivi. E senza queste informazioni è stato impossibile ottenere informazioni certe sulla condotta delle ostilità».

Lei ha sottolineato la mancanza di alcune conclusioni e ci sono alcuni capitoli che sembrano incompleti. Ritiene ci sia bisogno di un nuovo mandato da parte delle Nazioni Unite?

«Sì, c’è molto lavoro ancora da fare. Non siamo riusciti a verificare ogni aspetto e inoltre c’è un problema legato alla natura del sistema delle Nazioni Unite: mi spiace dirlo, ma nonostante abbiamo avuto il nostro mandato già a settembre dello scorso anno non siamo riusciti a cominciare a lavorare per davvero fino allo scorso marzo-aprile. Abbiamo dovuto completare il report entro la fine di giugno, quindi abbiamo avuto una finestra temporale davvero limitata per le nostre indagini. Ciò che abbiamo trovato sono state una serie di aree, dalla condotta delle ostilità alla detenzione e alle restrizioni imposte sull’accesso ai beni essenziali, che richiederebbero ulteriori approfondimenti, che vanno fatti soprattutto per raggiungere gli obiettivi che la comunità internazionale ha affidato al nostro mandato».

C’è un ulteriore livello di complessità: normalmente parliamo della guerra in Yemen come se fosse una relazione binaria tra i ribelli Houthi e la coalizione a guida saudita che sostiene il presidente Hadi. Eppure, quando parliamo dello Yemen non possiamo non tenere in conto gli altri attori sul terreno, come per esempio Al Qaeda nella Penisola Arabica, che nel 2016 controllava addirittura porzioni di territorio. Oggi che cosa rimane di questi altri attori?

«Credo sia necessario andare oltre Al Qaeda: ci sono molti, moltissimi attori nello scenario yemenita, per cui non è sicuramente un conflitto binario, anche se è spesso presentato così perché è il modo più facile per farlo. C’è Al Qaeda nella Penisola Arabica, c’è l’Isis che è molto attiva, ed entrambi sono operativi nell’area di Taiz e in altre zone, il che porta all’interno del conflitto altre forze, come gli Stati Uniti. Ci sono poi gli Emirati Arabi Uniti che giocano un ruolo da protagonisti nelle operazioni di terra, sia nella guerra contro gli Houthi sia in relazione ad Al Qaeda e all’Isis. Inoltre nel sud c’è una grande difficoltà nel capire chi controlli veramente il territorio. Ci sono numerose forze che non rispondono al governo yemenita anche se ne vestono le divise e che sono spesso controllati e finanziati da attori esterni, in particolare gli Emirati Arabi Uniti. Spesso quindi non è possibile chiarire chi componga le catene di comando e chi controlli le varie forze militari».

Di fronte a un rapporto come questo si presenta un classico problema delle regole di guerra. Nel vostro lavoro evidenziate violazioni delle leggi belliche e di quelle umanitarie compiute da tutte le parti in conflitto. Ma una volta che queste violazioni vengono verificate, chi può punire gli autori di questi crimini?

«Questo è davvero un problema classico: nessuno degli Stati coinvolti nel conflitto sono firmatari dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, quindi questa Corte non ha automaticamente la giurisdizione su quanto succede in Yemen. Sarebbe possibile chiamare in causa la Corte penale internazionale con una segnalazione da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite, ma la Corte ha già un enorme carico di lavoro e credo che una segnalazione di questo tipo finirebbe solo per posticipare ancora la questione».

Quindi quali strade si potrebbero seguire?

«La nostra raccomandazione è che ci sia una rassegna di tutte le opzioni nazionali e internazionali, ma è necessario stabilire in modo affidabile se ci siano state violazioni. In molti casi noi siamo riusciti soltanto a stabilire che ci potrebbero essere state violazioni, ma se ci sono state con certezza è necessario che gli autori si assumano la loro responsabilità. Ho trovato affascinante sentir dire, questa settimana, che la coalizione saudita ha ammesso di aver commesso un errore nel bombardamento di un bus a Sana’a nelle scorse settimane e che i responsabili di questo atto vanno consegnare alla giustizia. È giusto, e dovremmo applicare questo principio a tutte le parti in conflitto».

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