Take me (I'm yours)

Entrare in un museo e toccare, cambiare, prendere le opere. Un esperienza di condivisione tra artisti e visitatori

Il dibattito sulla diffusione e la condivisione di idee e immagini è il più attuale possibile. È evidente la difficoltà ad arginare questa tendenza, in un momento storico in cui i mezzi di diffusione delle informazioni sono al centro della nostra vita sociale. All'alba di questi cambiamenti il mondo dell'arte coglieva il tema per elaborarlo; già dagli anni '60 quella dell' “opera aperta” era un'idea diffusa, fino ad arrivare oggi all'ultima tappa di Take me (I'm yours), mostra in cui chi invita ad essere preso e condiviso, è proprio l'opera. Spezzare barriere tra finito e non finito, dentro e fuori, mio e tuo sta alla base di questa mostra, secondo il pensiero degli artisti Hans Ulrich Obrist e Christian Boltanski che nel 1995 hanno varato questa nuova concezione.

Ne parla la curatrice Chiara Parisi

Come viene percepita la mostra?

«La mostra è un grande successo di pubblico: ribalta il modo classico di vedere e di andare nei musei perché i visitatori possono prendere le opere che sono state create dagli artisti. Il concetto nasce negli anni '90, per infrangere le barriere tra pubblico e opera d'arte; vent'anni dopo, a Parigi abbiamo riproposto questa mostra con altri artisti, sia giovani che più affermati. A Villa Medici si chiude questo ciclo dopo essere passato a Copenaghen, New York e Milano, ed è una mostra libera, gioiosa ma allo stesso tempo intensa. Ci sono superstar come Maurizio Cattelan, Gianfranco Baruchello o Yolo Ono ma anche artisti più giovani, tutti insieme per condividere le loro opere. La sede di Villa medici è particolarmente bella e, eccezionalmente la mostra è allestita sia nelle sale che nel giardino. Per l'occasione sono stati riaperti i sotterranei dell'antica casa di Onorio, che fa riferimento alla storia della Villa prima dei Medici stessi, per cui si ha una percezione diversa anche del luogo stesso».

Possiamo interpretare la mostra come un percorso di trasformazione?

«La trasformazione riguarda il visitatore, la mostra e anche gli artisti che devono accettare di condividere la propria opera. Quasi sempre l'autore è il maestro assoluto che non permette che l'opera neanche si tocchi, qui devono essere generosi. Lo spettatore, dal canto suo, deve rispettare il lavoro, ma devo dire di non aver mai assistito a mancanze di riguardo nei confronti delle opere. A Parigi, Milano o a Roma non ho mai trovato pezzi di opere gettate via, sono tenuti gelosamente e a volte capita di ritrovarli in vendita su internet, quindi si è creato un piccolo mercato parallelo».

C'è una data di chiusura?

«Il pubblico di Roma è molto educato, pensavamo per esempio che l'opera di Baruchello andasse via in due minuti e invece i visitatori lo lasciano al pubblico successivo. Quindi ancora oggi la mostra ha molta disponibilità però è vero che può finire in tutti i momenti. Come una specie di ricamo di Penelope, si esaurisce la notte e si rigenera al mattino grazie al lavoro di tutta l'equipe.  Ovviamente a un certo momento lo stock finirà ma pensiamo che possa durare in maniera molto forte fino a metà agosto».

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