Da Bruxelles emerge un'alleanza più fragile

Al centro del dibattito l’impegno di aumentare la propria spesa militare al 2% del Pil entro il 2024 e le minacce di Trump di lasciare il Patto. Intervista con Francesco Vignarca (Rete Disarmo)

Il vertice dei Paesi membri della Nato, l’alleanza militare atlantica che mette insieme Stati Uniti, Canada e altri 27 Paesi europei, si è tenuto mercoledì 11 luglio e ha visto ancora una volta protagonisti i difficili rapporti tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e gli alleati. Dopo una serie di voci sulla minaccia americana di uscire dalla Nato, smentite dal presidente francese Macron, nella serata di giovedì 12 Trump ha annunciato la volontà di rimanere nell’alleanza, convinto a farlo da un contributo aggiuntivo degli altri membri di 33 miliardi di dollari, che in realtà corrispondono all’incremento del budget effettuato dai Paesi dell’Alleanza negli ultimi due anni.

La questione del contributo al budget della Nato era stata portata al centro della scena proprio dal presidente Trump via Twitter. «I Paesi Nato devono pagare di più, gli Stati Uniti devono pagare meno», aveva dichiarato, avviando quindi una polemica sul mancato rispetto degli alleati europei dell’impegno assunto nel 2014 ad aumentare entro il 2024 le proprie spese nel campo della Difesa almeno fino al 2% del Prodotto Interno Lordo. Oggi soltanto cinque paesi raggiungono o superano quella quota, mentre altri tre si stanno avvicinando. L’Italia, invece, si colloca tra l’1,3% e l’1,5% di spesa militare sul Pil. Francesco Vignarca, coordinatore nazionale della Rete Italiana per il Disarmo e fondatore, insieme a Enrico Piovesana, dell’Osservatorio Mil€x, l’Osservatorio sulle Spese Militari Italiane, precisa che non c’è niente di vincolante nella soglia del 2%, «perché si tratta di una dichiarazione finale, una linea guida ripresa da un precedente vertice Nato. Nessun Parlamento ha mai ratificato questa previsione, questa linea tendenziale, e in particolare non l’ha mai fatto il Parlamento italiano. Non c’è nessun vincolo a quella spesa».

In realtà, la percentuale della propria ricchezza che ogni Paese dedica alle spese per la difesa non sono destinate automaticamente allo sforzo congiunto della Nato, al punto che gli Stati Uniti, che da soli spendono nel campo della Difesa più degli altri primi dieci Paesi al mondo messi insieme, contribuisce al common funding atlantico per il 22%, contro il 15% della Germania, il 10,6% della Francia, il 10% del Regno Unito e l’8,5% dell’Italia. Quindi su cosa si fondano le critiche di Trump?

«Quando Trump dice che gli Stati Uniti spendono più di tutti in realtà è per la loro Difesa. La quota della Nato è diversa, la contribuzione che i Paesi hanno verso l’alleanza non è tutta quella quota. Tuttavia agli Stati Uniti fa molto comodo, anzi, impostano molto della loro influenza internazionale sul fatto di spendere da soli più dei successivi dieci paesi, ma questa è una cosa differente. È una mistificazione dire “spendete di meno e poi vi fate difendere da noi”».

Ecco, per esempio quanto spende l’Italia?

«L’Italia direttamente spende circa 200 milioni di contribuzione alla Nato, ma poi deve spendere circa 500 milioni all’anno per mantenere le basi statunitensi nel nostro territorio. Nato significa anche quello, protezione ma anche un certo tipo di influenza degli Stati Uniti verso i propri alleati. Se davvero si riuscisse a ottenere una crescita delle spese militari, questa andrebbe a favore solo di un comparto, il comparto militare-industriale della produzione di armi».

Qui arriviamo alla spesa complessiva: il Sipri Yearbook dice che l’Italia ha speso nel 2017 26 miliardi di euro per la Difesa, pari all’1,5% del Pil. Questo significa che ogni giorno si spendono 70 milioni di euro in questo settore. È realistico far crescere ancora questa spesa?

«Sulla valutazione del Sipri l’Osservatorio Mil€x fa una stima un po’ più bassa, di 25 miliardi, mentre la Nato sta sui 23 miliardi. Questo dipende da cosa si va a conteggiare, in particolare per l’Italia la differenza grossa dipende da quale quota di Carabinieri, che sono un’arma all’interno del ministero della Difesa ma hanno compiti quasi specificamente o soprattutto di controllo del territorio, di polizia, vengono considerati.

Il punto però è che, indipendentemente da quale sia la valutazione, se davvero si dovesse arrivare al 2%, significherebbe che l’Italia dovrebbe spendere ogni anno circa 35 miliardi di euro, pari a un aumento di 9 o 10 miliardi annui rispetto alla spesa attuale. Dove li troviamo 10 miliardi in un momento in cui si fa fatica a trovare i soldi per decisioni di politica economica, del lavoro, della sicurezza o della salute? Oltretutto questi 10 miliardi finirebbero poi per comprare nuove armi, perché non si farebbe in tempo ad assorbirla in altro modo».

Qual è il senso di legare la spesa militare al Pil?

«A oggi non ha nessun senso operativo: il 2% non è mai stato giustificato dicendo “ci serve per fare questa cosa o quell’altra”, quindi non è una richiesta davvero efficace in termini operativi e militari. Soprattutto il Pil è qualcosa di dinamico, non è neanche indicativo di quella che è la spesa pubblica, perché potrebbe essere valutato rispetto al prodotto interno lordo per esempio creato dalla ricchezza privata, e siccome nelle previsioni del nostro governo c’è una crescita del Pil di circa 50 miliardi all’anno vorrebbe dire che, prendendo per buona questa linea guida noi dovremmo ogni anno garantire 1 miliardo di euro in più alla difesa. È un parametro che non ha senso e che viene usato per puntare i piedi da parte degli Stati Uniti dal punto di vista internazionale, ma soprattutto viene poi sostenuto e supportato, da chi vuole avvantaggiare la produzione militare. È questo il punto, perché anche dal punto di vista militare, quindi non del disarmista o del pacifista, non ha nessun senso arrivare a una misurazione del genere, perché non è data da specifiche operative o necessità operative di dispiegamento. Il risultato, quindi, sarebbe davvero comprare sempre nuove armi a fronte del fatto che una crescita del genere, di circa 10 miliardi, sarebbe insostenibile per il nostro bilancio».

A conclusione del vertice Nato, il presidente statunitense Trump ha voluto rilanciare ancora, parlando di una spesa militare pari al 4% del Pil, superando quindi l’impegno del 2% sottoscritto nel 2014. Qual è lo scopo di questa affermazione?

«Quella del 4% sembra una tattica da contrattatore di provincia, un classico di Trump nella sua carriera. Il punto è che è strutturalmente impossibile che alcuni grandi Paesi europei, come la Germania, l’Italia, oppure anche la Gran Bretagna e la Francia, che hanno comunque una spesa militare più alta per il fatto che hanno un arsenale nucleare, aumentino la spesa in questo modo. Da un lato potrebbe essere considerata una boutade, una provocazione di una persona che sta contrattando, ma c’è dell’altro: nell’ultimo anno Trump aveva tirato fuori più di una volta il discorso del 2%, ma molti negli Stati Uniti dissero “benissimo, accettiamo il 2%”. Gli Stati Uniti già ora spendono molto più del 2% del loro Pil, quindi molte delle campagne negli Usa dicevano “benissimo, se stiamo tutti entro il 2% allora noi riduciamo la spesa”. Per contro, Trump nel primo bilancio federale che ha presentato ha già proposto 60 miliardi di dollari in più in un anno, quindi arrivare al 4% gli serve da un lato per contrattare e un po’ spaccare la Nato, dall’altro per garantirsi dal punto di vista interno che nessuno prenda sul serio il discorso del 2%, altrimenti questo per gli Stati Uniti non vorrebbe dire un aumento ma un drastico taglio».

Che bilancio si può tracciare di questo vertice Nato?

«È una delusione vedere che quell’alleanza, che indipendentemente dalla valutazione che uno può fare dovrebbe servire per mettere in comune tutta una serie di sfide e di problematiche, venga vista come tavolo per un braccio di ferro tra varie potenze. È un peccato che in questo summit della Nato non si sia discusso di questioni veramente rilevanti, come per esempio il disarmo nucleare. In questi giorni in Italia, con Senzatomica, abbiamo diffuso un sondaggio realizzato con la campagna internazionale Icam, la campagna premio Nobel per la Pace 2017 che l’anno scorso ha fatto votare un trattato Onu contro le armi nucleari: i dati dimostrano che nei 4 paesi di nuclear sharing, di condivisione delle testate nucleari statunitensi in Europa, quindi Italia, Germania, Paesi Bassi e Belgio, la stragrande maggioranza della popolazione, da un lato vorrebbe vedere il proprio Paese aderire alla messa al bando delle armi nucleari, dall’altro vorrebbe vedere anche le testate nucleari Usa portate fuori dal proprio territorio. In Italia il 72% della popolazione vorrebbe aderire al trattato e il 65% vorrebbe le testate nucleari Usa fuori dal nostro territorio. Questo è assolutamente diffuso in tutte le fasce d’età e in tutti gli elettorati, segno che è qualcosa che va al di là della posizione politica. Ci saremmo attesi che questo venisse discusso durante il vertice della Nato, magari discutendo di come fare in modo che l’alleanza possa diventare un motore anche per la denuclearizzazione del mondo, visto che prossimamente Putin e Trump si dovranno incontrare e a breve andranno discussi i trattati Start e Inf, i trattati del disarmo che negli anni ‘90 avevano ridotto da 70.000 a 15.000 le testate nucleari. Questi sono i veri temi, non gli scontri e le battaglie con colpi bassi solo per favorire l’industria militare o solo perché Trump vuole riequilibrare la bilancia commerciale. Purtroppo anche in questo caso la Nato non ha colto l’occasione di fare qualcosa di serio».

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