Le ong un bersaglio facile e disarmato

In mezzo a tante chiusure l'ecumenismo della solidarietà che si esprime soprattutto attraverso i corridoi umanitari è un segnale di speranza

Il piano per l’allontanamento delle organizzazioni non governative dalle operazioni di soccorso in mare ha funzionato. Nel Canale di Sicilia non c’è quasi più una sola nave umanitaria a intercettare le richieste d’aiuto dei migranti lasciati alla deriva dalla filiera dei trafficanti di esseri umani. Le statistiche sono impietose. Salpare dalle coste libiche non è mai stata una passeggiata. Ma oggi saltare su un gommone è cinque volte più rischioso di un anno fa. Le ferite che hanno addosso i migranti che hanno avuto paura di imbarcarsi anche nelle notti di tempesta, spiegano che a loro non è stata data scelta.

Perfino il prefetto Mario Morcone, ora direttore dell’organizzazione umanitaria indipendente Cir «Consiglio italiano per i rifugiati» e fino a poche settimane fa a capo di gabinetto del ministro Marco Minniti, ha dovuto riconoscere che «spira un vento che mira a spazzare via le ong». Il codice di condotta proposto dal governo Gentiloni alle organizzazioni non governative fu digerito a fatica, ma non aveva escluso la presenza di volontari a ridosso delle acque territoriali libiche. Neanche le quattro inchieste di altrettante procure siciliane (due poi archiviate) le altre ancora aperte a un anno dall’apertura dei fascicoli, avevano scalzato la coalizione del bene, certo rimaneggiata ma ancora attiva. Addirittura il tribunale di Ragusa e quello di Palermo hanno riconosciuto lo “stato di necessità” per i soccorritori che, se consegnassero i naufraghi alle autorità libiche, commetterebbero una violazione dei diritti umani, poiché Tripoli non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra neanche per la parte riguardante la protezione umanitaria. Non è un caso che mai le navi della Guardia costiera e della Marina italiana abbiano effettuato consegne di superstiti ai libici. Rischierebbero di trovarsi, un giorno, davanti alla Corte penale internazionale dell’Aja.

L’Europa che non trova accordi sulla gestione dei confini e meno che mai sul governo dei flussi migratori, ha però rapidamente individuato un bersaglio facile e disarmato: le ong. I porti italiani sono di fatto preclusi agli operatori umanitari, Malta (nota per aver fatto orecchie da mercante in tutti questi anni) ha battuto un colpo bloccando nel porto della Valletta i vascelli delle organizzazioni benefiche.  L’arretramento delle operazioni ha provocato una serie di prevedibili effetti collaterali su cui anche la corte penale dell’Aja ha acceso un faro. E’ tornato ad aumentare il numero di migranti affogati. Al contempo l’ignavia europea travestita da attivismo antiumanitario, ha favorito la moltiplicazione delle rotte terrestri e marittime. Per la prima volta da anni, infatti, gli sbarchi sulle coste spagnole hanno superato i numeri registrati in Italia. I trafficanti hanno dirottato le carovane di migranti e profughi verso la Tunisia e l’Algeria, rendendo pressoché impossibile la sorveglianza delle tratte terrestri e la prevenzione di quelle marittime.

Più a Nord il “De Profundis” cambia spartito ma non la sonata. Basta andare a Ventimiglia o a Bardonecchia per capire. I gendarmi francesi percorrono i valichi alpini a caccia di stranieri da rispedire in Italia. Donne incinte o bambini soli, non fa differenza. Al primo sole estivo, i prati abbandonati dalla neve restituiscono le povere cose di chi, dopo i deserti, i lager libici (secondo la definizione che ne ha dato l’ambasciatore italiano a Tripoli) e infine i marosi del Mediterraneo, ha provato infine a vincere la coltre ghiacciata mai toccata prima. Un paio di cadaveri sono riaffiorati alla vigilia della bella stagione.

Unica consolazione, uno spontaneo ecumenismo della solidarietà fiorito nel deserto della ragione e del cuore. Le Chiese cristiane dei due versanti si sono rese protagoniste di iniziative comuni per soccorrere e accogliere. A nessuno è chiesto il certificato di battesimo né il visto d’ingresso. A tutti è riservato un pasto caldo, panni asciutti e una parola: “benvenuto”. E di questi tempi vale più di un permesso di soggiorno.

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