Difendere la speranza

34.361 migranti morti nel Mediterraneo tra il 1993 e il 2018, una strage che si perpetua

Repubblica ha pubblicato, la scorsa settimana, il dato di 34.361 migranti morti nel Mediterraneo tra il 1993 e il 2018. L’informazione è fornita dal Guardian che ha pubblicato per primo la lista compilata da United for Intercultural Action, un gruppo di 550 organizzazioni che lavorano contro il razzismo in 48 paesi del mondo. Date, nomi e generalità, micro storie per raccontare come sono morti. Tanti sono i corpi a cui non è stato dato un nome. Un elenco di morti infinito, che ogni giorno aumenta.

Scorrerlo fa piangere, molti non hanno un nome, ma molti sì: una riga, mezza riga, due al massimo per dire una vita di bambino, di giovane, di donna, sepolti dall’acqua. E’ come se tutti gli abitanti di Pinerolo o di Crema fossero sprofondati e annegati travolti dal mare e dalla paura. Quelle città hanno lo stesso numero di abitanti di questo elenco. Non so perché lo scrivo, tutti sappiamo che succede, ma provo a reagire ad un dato che mi urla dentro e la cui vista mi è insopportabile. Tutti lo sappiamo da tempo ma andiamo avanti per la nostra strada.

Forse in queste settimane, in cui ogni giorno capita di leggere e di ascoltare parole gravi, violente, volgari sulla fine del “Bengodi” per chi rischia la morte in mare consapevolmente perché altrimenti morirebbe di guerra, o di fame, o di tortura o di stenti, facciamo più fatica a tirare dritto e ci si stringe il cuore e sale l’indignazione, almeno la mia sale. Non voglio parlare male del governo, non ne vorrei proprio parlare, ma voglio parlare di noi che viviamo libere e liberi, che non stiamo rischiando la vita, che non dobbiamo scappare, che mangiamo e dormiamo in una casa, e che sappiamo che nel frattempo migliaia e migliaia di persone spesso sotto i trent’anni affogano nel mare, e la maggior parte di quelle vittime il mare non lo avevano mai visto prima di imbarcarsi e morirne.

Possiamo davvero pensare di far girare per giorni navi cariche di disperati e disperate dolenti alla ricerca di un porto che si apra? E possiamo continuare a vivere lo stesso? Lo so che ci sono responsabilità diverse, che non la pensiamo tutti allo stesso modo, che c’è chi prova a fare qualcosa e a contrastare il male. Che i migranti morivano anche prima di Salvini, ma almeno senza il disprezzo e l’odio diffuso, senza l’orgoglio di una narrazione falsa ma che convince così tanta gente. Perché qualcuno lo avrà ben votato questo nazionalismo becero, qualcuno che ha paura di perdere quel poco o tanto che ha e che crede di potersi difendere facendosi rappresentare da questo degrado. Pensavo in questi giorni, che il 1938 è stato l’anno della promulgazione delle leggi razziste contro gli ebrei in Italia e che quest’anno ricorrono gli ottant’anni da quei giorni infausti. Con quelle leggi, piano piano, un po’ in sordina, scomparivano i bambini e i ragazzi dalle classi scolastiche, o da un giorno all’altro cambiava un insegnante, o il medico di fiducia aveva smesso di esercitare, o i vicini di casa stimati e cordiali tutt’a un tratto non parlavano più con nessuno e avevano i visi spaventati, o il collega d’ufficio con cui si facevano quattro chiacchiere e si consumava il pranzo portato da casa, improvvisamente veniva licenziato.

E’ cominciata così la storia delle migliaia di ebrei italiani, uomini, donne, bambine e bambini, ragazzi e ragazze, uomini e donne mature, persone anziane. Persone spogliate dei loro averi, poi deportate o imprigionate e private, prima dei diritti e della dignità, poi della vita. Le abitudini e il corso della vita della maggioranza degli italiani non si è fermato, non è radicalmente cambiato. Tutti sapevano, tutti più o meno sapevano, ma andavano avanti, cambiavano il medico, i ragazzi si chiedevano e facevano domande sui loro compagni e compagne di scuola e ricevevano risposte a mezza bocca, ma andavano avanti, come noi di fronte a questa tragedia del mare che fa morire ancora settimanalmente tante persone e piangere l’anima di chi ce la fa sapendo che sua sorella, suo nipote, suo padre, i bambini imbarcati con lui, sono morti così. Anche noi viviamo, partiamo, torniamo, ridiamo, amiamo, litighiamo, compriamo e organizziamo la nostra estate, come sempre.

E’ questo che mi fa male, che non si possa uscire dalla bruttura cui assistiamo e che ci entra dentro, che non trovi forma una via d’uscita a questo degrado. E provo lo stesso male per tutte le persone che soffrono e non hanno via d’uscita, per il male e il non senso che dilaga dentro e intorno a noi. Con i Corridoi Umanitari mi è capitato di conoscere tante persone arrivate in Italia dal Libano in cui si erano si erano rifugiate scappando dalla Siria.. Persone che avevano una vita, anche una vita buona, riuscita, e che l’hanno persa con la guerra e oggi devono reinventarsene un’altra. Fare qualcosa è importante, ci fa sentire un po’ meglio, ma non cambia questo senso di sconfitta profonda per l’aria che tira in Italia, ma anche in Europa, ma anche negli USA. Perché è piena di risentimento e di odio, un’aria che disconosce le leggi e la Costituzione, che non conosce la misericordia e la solidarietà, un’aria che nasce dal malessere e che si gonfia di male.

Domenica l’altra, grazie a Dio, nelle nostre chiese si doveva predicare su questo versetto: “Rendete conto della speranza che è in voi (I Pietro 3,15)” e mettendomi al lavoro per un sermone, non trovavo alcuna speranza di cui rendere conto, non mi riusciva un’apologia della speranza. Però la parola “speranza” mi sembrava preziosa per i miei pensieri. Difendere la speranza mi pareva voler dire che la speranza diventa l’unica difesa. Proprio la speranza che è ciò che non possiamo dimostrare. Se mettiamo la speranza cristiana al centro dei nostri discorsi e dei nostri pensieri, il centro non sarà più ciò che capiamo o pensiamo, tanto meno ciò che facciamo e sta nelle nostre mani, ma semplicemente Dio stesso, colui che è e che viene, colui che muore insieme a chi muore per spezzare la morte. La speranza sposta lo sguardo via da noi pur lasciandoci intero il giudizio sulla realtà e l’impotenza che proviamo. La speranza di cui parla Pietro, quella “che è in noi”, la speranza che ci muove, non è un tratto del nostro carattere, non sta nei nostri sentimenti. Viene da fuori e ci afferra.

E’ proprio come ci ha insegnato Lutero, che “certo e vero è solo ciò che pone noi al di fuori di noi”. La speranza è sorpresa, è scoperta, nonostante noi e nonostante tutto.

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