Libano. Sul matrimonio, un paese poco civile

Le difficoltà nell’uscire dalla logica della suddivisione religiosa quando si parla della creazione di una famiglia ha conseguenze molto più pesanti della semplice confusione normativa

Dall’inizio della settimana sul Libano ha cominciato a cadere la pioggia, in alcuni momenti rarefatta e in altri decisamente intensa. Non si vedeva da molto tempo, ma l’effetto non è piacevole come si potrebbe pensare: cadendo, l’acqua viene a contatto con la sabbia sospesa nell’aria, trasformandosi in fango. Nonostante questo, comunque, non è il meteo a preoccupare i libanesi, che tutto sommato guardano verso l’alto con una certa indifferenza, sicuri che questi giorni di pioggia non lasceranno segni. Ciò che ha scavato profondamente nel Paese sono invece le due guerre combattute negli ultimi 40 anni, una tra il 1975 e il 1990 e un’altra nell’estate del 2006. Soprattutto la prima è ancora presente tra queste strade e questi palazzi segnati dai colpi di mitra e di mortaio: oggi, il passaggio da un quartiere cristiano a uno sciita, o sunnita, è evidente nell’uso di simboli di appartenenza e nel diverso colore delle divise di chi presidia gli incroci principali. Per mantenere in piedi il fragile equilibrio, insomma, in Libano è stata sempre più legittimata la suddivisione confessionale, rendendo sempre più marginale il ruolo dello Stato.

Ecco, se si domanda a un libanese quale sia il vero problema di questo Paese, è probabile che la risposta sia in qualche modo collegata a questo tema, anche se sembra piuttosto lontana: secondo molti, infatti, il primo nodo da risolvere è una legge sul diritto di famiglia. Marina Lo Giudice, direttrice tecnica del programma di sviluppo sociale e locale per le comunità ospitanti di Undp, United Nations Development Programme, il programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, racconta che il diritto di famiglia definisce più di molti altri parametri l’identità di una persona ed è al centro di moltissimi aspetti che riguardano le leggi, la vita dei cittadini e il loro rapporto con lo Stato.

Ancora oggi, il Libano è privo di una legge sul matrimonio civile. Un decreto del 1936 firmato dal Mandato francese della Siria e del Libano, stabiliva che fossero le 18 comunità religiose del Paese ad avere giurisdizione sulle questioni di interesse personale, compreso il matrimonio. Ancora oggi, a distanza di oltre 80 anni, le coppie che desiderano sposarsi con rito civile devono farlo all’estero, per poi chiedere il riconoscimento dell’unione alle autorità libanesi. Non è quindi raro che si faccia rotta verso il più vicino tra i Paesi dell’Unione europea, Cipro, si celebri il rito e poi si ritorni in Libano.

Nel 2013 si credeva che le cose fossero velocemente destinate a cambiare: la storia di Kholoud Succariyeh e di Nidal Darwish, la prima coppia libanese a sposarsi con una cerimonia civile, aveva avuto ampia risonanza, ma non ha mai trovato un seguito nella legge. Per loro, rispettivamente sunnita e sciita, era stato necessario sottoscrivere una serie di documenti che provassero la loro non affiliazione con gruppi confessionali, cosa che li avrebbe invece costretti a sposarsi di fronte a una corte religiosa, avere un’esplicita autorizzazione del sindaco e infine un contratto matrimoniale firmato da un notaio, nel quale comprendere tutti i diritti e gli obblighi in seno al matrimonio. Insomma, un’operazione non certo alla portata di tutti.

Nel novembre del 2017 la Beirut Bar Association, l’ordine degli avvocati della capitale, aveva presentato la bozza per una legge sul matrimonio civile, alla presenza di rappresentanti del Presidente della Repubblica, Michel Aoun, del primo Ministro Saad Hariri e del ministro della Giustizia. Nel documento si propone di offrire la possibilità di scegliere tra matrimonio religioso e civile e si stabilisce l’uguaglianza tra uomini e donne, che condividono la responsabilità genitoriale. Inoltre, la legge impone la mediazione alle coppie che stanno pensando divorziare.

Oggi, invece, in assenza di questa scelta, ogni coppia deve celebrare il matrimonio sotto l’autorità della propria comunità religiosa o chiesa, con importanti conseguenze anche sulla conclusione di un’unione: se per i musulmani è una corte religiosa a doversi pronunciare sul divorzio, per i cristiani maroniti questo atto è completamente vietato. Rendere così rigido il vincolo del matrimonio in un Paese in cui la parità dei generi non è garantita, significa porre la donna in una condizione di estrema vulnerabilità sociale: da un lato, infatti, è molto difficile che un giudice musulmano approvi una richiesta di divorzio proveniente soltanto dalla moglie, anche se vittima di violenza tra le mura domestiche, mentre dall’altro questa condizione di debolezza si riversa sui figli.

Avere un figlio fuori dal matrimonio porta con sé uno stigma sociale non così diverso dal caso opposto, ovvero essere sposati, avere più di 30 anni e non avere figli, ma le conseguenze davanti alla legge sono difficili da accettare. Se una donna in Libano ha un figlio fuori dal matrimonio, infatti, non potrà dare a questo figlio il proprio nome. Sembra una cosa banale, ma quel bambino o quella bambina porterà su di sé e sui propri documenti la definizione ibn sharmootah, letteralmente “figlio di prostituta”. A scuola, un bambino o bambina nato fuori dal matrimonio, da un madre che poniamo si chiami Yasmine, non verrà chiamato Hassan, ma sarà sempre ibn Yasmine, “figlio di Yasmine”. Ecco dunque che il matrimonio diventa uno strumento di ricatto, tutto a favore degli uomini, gli unici che hanno il diritto di imporre il proprio nome. In teoria, per una madre non sposata esiste un’opzione: andare all’estero, partorire e dare il proprio nome al figlio. Tuttavia, al ritorno in Libano si tornerebbe al punto di partenza, perché il rapporto genitoriale non verrebbe registrato all’anagrafe.

Per la donna, l’assenza di uno status giuridico in sé porta a distorsioni ulteriori: per esempio, una donna sola non va a votare per l’elezione del sindaco nella città in cui vive e nemmeno in quella in cui è nata, ma nel luogo in cui è nato suo padre.

Oggi la legge sul matrimonio civile è sospesa in un percorso che non l’ha ancora vista approdare in Parlamento. L’insediamento dei nuovi deputati in seguito alle elezioni e il nuovo governo che si costruirà su quella maggioranza sapranno affrontare un tema così delicato?

 

Foto, murales a Beirut, di Marco Magnano

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