Il viaggio di Luca

“Oltre e un cielo in più” racconta il viaggio di Luca Sciortino per il mondo senza mai usare l’aereo. Il racconto della sua esperienza si trova nel numero de L’ Amico dei fanciulli di giugno

Questa è l’intervista realizzata da Marina Speich a Luca Sciortino per il prossimo numero de L’Amico dei fanciulli, in uscita a giugno. È stata pensata e scritta per i bambini ma abbiamo pensato che potrà interessare anche ai lettori di Riforma. Buona lettura e… buon viaggio!

Quando ero piccola, 50 anni fa, prendere un aereo era un lusso. I voli costavano così tanto che poche persone potevano permetterselo. Insomma, il mondo era ancora un mistero perché solo pochi viaggiavano. Non c’era Internet, le “mappe di Google” un sogno e ci si faceva un’idea dei Paesi lontani con qualche reportage sui giornali (cioè un articolo con le immagini) o guardando le fotografie dei libri di geografia. Il mondo oggi è completamente diverso: i viaggi sono alla portata di molti e comprare un volo costa spesso meno del treno. Ma spostarsi in aereo ha uno svantaggio: ti fa saltare le “tappe intermedie”. Se voli dall’Italia a Tokyo, per esempio, dopo 12 ore di tragitto sei catapultato in un mondo completamente diverso che sembra un altro pianeta. Ma che cosa c’è in mezzo? E come si trasformano gradualmente i tratti somatici delle persone, le usanze, la cucina? Ecco, il viaggio che ha fatto un mio amico, Luca Sciortino, cerca di raccontarvelo. Ha percorso da solo senza mai prendere un aereo 18.000 chilometri (sono un’enormità, se pensate che da Milano a Roma sono poco più di 500). Luca ha viaggiato in tutti i modi possibili, dai bus ai treni ai passaggi di camionisti, attraverso Ucraina, Russia, Kazakistan Mongolia e Cina. Dopo quattro mesi è arrivato finalmente in Giappone. Poi è tornato in Italia e ha scritto il libro Oltre e un cielo in più (Sperling & Kupfer) per raccontare tutte le sue avventure. Io l’ho incontrato per voi.

Perché hai deciso di partire?

«Il viaggio è una scoperta e solo facendo la strada troverai meraviglie. Ero curioso di capire, per esempio, se c’era un punto preciso in cui mi sarei accorto che l’Europa era diventata Asia. Volevo vedere come cambiavano le culture. Qui in Italia i ragazzi giocano alla Playstation o magari a calcio. In Mongolia ho scoperto che i pastori non hanno il cellulare e i bambini giocano con corde e ossa di pecora».

Ci sono personaggi che ti hanno colpito particolarmente lungo il tuo cammino?

«Nella steppa kazaka, una zona arida nell’Asia centrale dove non incontri quasi mai macchine e persone, ho viaggiato grazie all’autostop (cioè alzi la mano e chiedi un passaggio gratuito a chi passa). Mi avevano lasciato in una strada non asfaltata da solo con in mano un biglietto: c’era scritta la mia destinazione successiva in una lingua che non conoscevo. Era quasi il tramonto. Per fortuna è arrivato un trattore che si è fermato. Ero solo e spaventato: avevo paura di essere derubato dello zaino e di tutto ciò che avevo. Invece il contadino ha letto il biglietto e mi ha portato proprio dove ero diretto. Per salutarmi in uno strano inglese mi ha detto: “Io musulmano, tu cristiano. Noi fratelli”. La nostra lingua era diversa e lo era anche la forma dei nostri occhi, ma eravamo sotto lo stesso cielo stellato. In quel momento mi sono sentito parte di un’unica specie, quella umana. Non uno straniero».

Hai scoperto un popolo che non conoscevi e che ti ha aperto gli occhi?

«In Cina ho incontrato delle minoranze etniche che vivono nelle zone rurali. Noi in Europa abbiamo una grande stima degli scienziati. Ecco, loro provano la stessa ammirazione per i “saggi”, che sono delle specie di sciamani (maghi e sacerdoti capaci di mettersi in contatto con il mondo dei morti e di guarire in modo quasi miracoloso, ndr) che decidono dove e come seppellire i morti e organizzare le feste dei villaggi».

C’è stato un momento in cui ti è sembrato che la tua vita fosse in pericolo?

«In Mongolia sono stato male, avevo l’influenza, ma non avevo medicine. Temevo di dover tornare in Italia, ma due pastori mi hanno accolto nella loro yurta (una tenda che è la loro casa “mobile” perché è una popolazione nomade, che si sposta). Mi hanno curato con erbe e tisane».

Nel tuo viaggio hai notato che anche il modo di pregare cambiava?

«Sì, spostandosi dall’Europa in Asia cambia molto: in Ucraina, vicino alla Russia, dove molti sono cristiani ortodossi, le donne pregano appiccicate alle icone (immagini sacre che in passato servivano a insegnare ai credenti, che erano analfabeti, quello che predicava la Bibbia, ndr). In Giappone ci sono invece molti buddisti, che pregano con l’incenso e le candele accese. Nell’isola di Ol’chon, sul lago Bajkal in Russia, gli sciamani pregano quando sorge il sole: ogni mattina è diverso e bisogna viverlo perché ogni giorno è unico».

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