La vita delle parole: Casa

Le parole hanno una vita loro; ci rimandano alle persone, ai gesti che compiamo, ma anche alla storia e alla Bibbia

Casa: di certo è una costruzione. Inventata dall’uomo alla fine del nomadismo, ne è diventata simbolo di rifugio, protezione, una madre che cura. Come la città e il tempio, rappresenta il mondo in piccolo, il raccoglierci intorno a qualcosa, a qualcun altro, a noi stessi: una forma d’interiorità rispetto all’esterno da sé.

Ogni cultura ha inventato case che esprimono una visione del mondo. Le case tradizionali cinesi sono quadrate, le arabe si aprono su un giardino colmo di fiori. Le case discriminano, sin da Roma antica: la domus ospita i ricchi, le insulae sono il condominio dei poveri. Cos’è oggi la nostra casa, bersagliata da rumori eccessivi (vicinato invadente, discoteche sorte in luoghi residenziali, motorini a tutto gas…?).

Secondo la psicanalisi (Bachelard), il modo di tenere la casa illumina sulla psicologia dei suoi abitanti: dimmi che casa hai e ti dirò chi sei! Narra la Bibbia che gli antichi israeliti, prima di stabilirsi nella terra di Canaan, abitavano sotto la tenda, che nelle lingue semitiche si dice «baita», proprio come le case degli alpeggi delle Valli valdesi. Ma sia gli israeliti sia i primi cristiani intuiscono che la casa con la quale gli umani cerchiano il loro spazio personale risulta precaria senza la consapevolezza che il Signore li aveva tratti dalla «casa di schiavitù» (Deut. 6, 12). Anche i barba, predicatori itineranti valdesi, in opera fino all’adesione alla Riforma protestante (1532), hanno reso le case visitate piccoli centri di spiritualità evangelica.

E ancora oggi, questa ricerca di «essere» con Dio non può che partire dalla nostra «casa», materiale (curando il nostro abitare come un angoletto del creato da salvaguardare) e spirituale (coltivando il silenzio del dialogo interiore perché solo lì si può scoprire la forza della fede).

 

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