Il terzo giorno

La terra, la natura, la sostenibilità, l’uomo sono i soggetti di un percorso in mostra a Parma dedicato alla vita sul nostro pianeta

Il terzo giorno parla della vita, della natura e del sistema Terra in un percorso espositivo che si evolve su due piani; il primo è narrativo e conduce dalla comparsa della vita fino all’era contemporanea, in cui vediamo estinguersi specie animali e vegetali o grandi disastri di ordine bellico. Il piano estetico si sviluppa invece a partire dalle avanguardie degli anni ‘70 durante i quali, in particolare l’arte povera, ha reintrodotto l’interesse per la natura nell’azione artistica, per arrivare al XXI secolo del linguaggio grottesco e caricaturale volto a una forte critica sociale e politica del mondo in cui viviamo. La mostra ha un impatto reale sull’ambiente, perché il 50% degli incassi andrà a sostenere il progetto Km Verde del comune di Parma, ovvero la piantumazione lungo l’autostrada per ridurre l’inquinamento provocato dai gas di scarico.

Ne parla il curatore Didi Bozzini.

Il titolo della mostra rimanda alla Creazione. Siete effettivamente partiti dalla Genesi?

«Assolutamente si; l’idea è stata quella di partire dal momento in cui, secondo il racconto biblico, la vita appare: il terzo giorno è quello nel quale si assiste alla comparsa delle prime specie vegetali. L’idea di fondo di una mostra sulla conservazione e salvaguardia dell’ambiente nel quale viviamo, era in realtà quella di parlare della salvaguardia della vita. Con questo scopo sono stati scelti gli artisti presenti in mostra, privilegiando coloro che hanno messo la vita e l’uomo al centro delle proprie opere. Una scelta che definirei “romantica” nel senso che si tratta di arte contemporanea, sono artisti dei giorni nostri, ma che hanno poca attenzione a tutto ciò che è autoreferenziale. Non è arte che parla d’arte ma è arte che parla della vita».

Con quali linguaggi gli artisti parlano di questo tema?

«Dal punto di vista formale è una mostra che fa dell’ecologia estetica, nel senso che crea una biosfera nella quale la diversità è la cifra dominante. Dal punto di vista formale si va dalla scultura all’installazione, dal disegno alla pittura, dalla fotografia al video. Tutti i media espressivi sono presenti nella mostra e allo stesso tempo ci sono artisti delle ultime avanguardie del XX secolo, quindi dell’arte povera, e artisti delle nuove correnti, del XXI secolo, e poi individui che non appartengono a nessuna corrente e non rappresentano nemmeno una scuola dominante. Ci sono artisti cileni, africani, inglesi, italiani; molte nazionalità, tante forme espressive diverse e molti diversi gradi di notorietà: da Giovanni Anselmo, Marina Abramovic, Mario Merz, Alighiero Boetti fino ad artisti giovani o giovanissimi come Anna Ippolito e Marzio Zorio o come Helen Evans e Heiko Hansen. Sono 40 artisti e più di 15 nazionalità diverse».

Qual’è l’urgenza di parlare, anche attraverso l’arte, del pianeta e della necessità della sostenibilità ambientale?

«A mio modo di vedere l’urgenza è quella della qualità della vita degli esseri umani: la nostra epoca sta vivendo con ogni probabilità la più grande migrazione della storia dell’umanità che ha motivi largamente ambientali, siano essi economici o legati alle condizioni dell’ambiente naturale; e comunque le cose sono sempre molto interconnesse. L’attenzione è puntata sul centro dei nostri interessi, cioè la possibilità di una vita felice, di una vita compiuta e che non sia un’epopea, una tragedia o una continua serie di sofferenze. In realtà le parole e le cifre hanno molta meno forza delle immagini; quando si danno cifre di guerre nelle quali ci sono morti, cifre di migrazioni nelle quali ci sono intere popolazioni che si spostano in vista di un avvenire ipotetico, non si vedono né le sofferenze né i disastri. Le immagini invece ci permettono di vedere tanto la bellezza di ciò che era incontaminato e di ciò che è stato distrutto, quanto l’orrore di ciò che si fa distruggendo e contaminando».

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