Le Palme un «portale» spazio-temporale

Con l’ingresso di Gesù in Gerusalemme possiamo riconoscere le dinamiche del nostro tempo

Ci sono dei punti di non ritorno che determinano una storia in maniera irreversibile. Quando Cesare varcò il Rubicone, disse: «Il dado è tratto». Un dado lanciato non può essere ripreso in mano, non è più sotto controllo, si può solo aspettare di vedere il risultato del lancio e trarne le conseguenze.

Le Palme sono il Rubicone di Gesù. Prima delle Palme Gesù aveva una notevole libertà di azione. Poi le cose cambiarono: non più un profeta di campagna, di quella Nazaret dalla quale nulla di buono avrebbe potuto venire (Gv 1, 46), ma uno che entra in Gerusalemme per rivendicare il ruolo che gli spetta. È il punto di svolta, il momento in cui la storia precipita, si fa più veloce, drammatica, avvincente.

Le Palme sono anche un «portale» spazio-temporale: possiamo riconoscere le dinamiche del nostro mondo in quel momento di passaggio come probabilmente in nessun altro brano evangelico. In particolare, colpisce la gente pronta a gridare: «Osanna al Figlio di Davide!», per poi cambiare idea solo pochi giorni dopo e urlare con la stessa intensità: «Crocifiggilo, crocifiggilo!» La gente. La gente è stufa, era stufa quel giorno a Gerusalemme, è stufa oggi e probabilmente lo sarà sempre. Sembra sia una caratteristica identitaria della gente, trasversale a ogni identità. Non il primo né l’ultimo, Gesù viene osannato dalla gente, stufa delle vessazioni dei padroni, delle commistioni dei propri capi, dei compromessi, di sentirsi raccontare che una volta si stava meglio. Entrando in Gerusalemme sul dorso di un’asina Gesù richiama l’attenzione della gente. Da quelle parti il re vittorioso e liberatore non entra con un cavallo bianco, ma su un’asina, quasi a volersi mostrare più vicino alla dimensione della gente, che infatti esulta.

È il Rubicone di Gesù perché, richiamando l’attenzione della gente, si consegna ad essa, al suo giudizio, alla sua condanna. «Tu non sei quello che volevamo»: questa in definitiva l’accusa del violentissimo Tribunale del Popolo, che non ammette appello.

La gente si lamenta del potere, ma spesso inconsciamente dimentica di essere il potere, di incarnarlo nella sua variante più spietata. Anche il più terribile dei Pilati può provare pietà, può graziare un condannato, ma la gente mai. La gente non perdona. Reclama la certezza della pena, quella stessa gente che s’ingegna a eludere i diritti altrui e i doveri propri. Gesù sa che cosa lo attende, ma sa anche che, solo offrendosi alla gente, ci sarà la suprema epifania dell’amore di Dio per gli esseri umani. Dio ci ama nonostante quello che siamo: per questo siamo chiamati ad amare Dio per quel che è! Nel racconto di Matteo, la prima cosa che Gesù fa entrando in Gerusalemme è la distruzione dei banchi del mercato del Tempio. Il portale spazio-temporale delle Palme: anche qui ci immaginiamo il mercatino tappa obbligata per i pellegrini, che piace tanto alla gente. Piacerà alla gente ma Gesù dice, anzi urla, che a Dio non piace. Allora la gente cessa gli «osanna», ma l’atto di Gesù non ingenera un silenzio imbarazzato: i bambini, fomentati dai genitori a salutare il nuovo messia, continuano con gli osanna. I bambini probabilmente non capivano perché dovessero salutare Gesù, ma lo trovano un gioco divertente: «Osanna! Osanna!» E i capi della gente «ne furono indignati» — altra caratteristica dell’eterna identità della gente — e scaricano su Gesù ogni responsabilità: «Odi tu quello che dicono costoro?» «Sì — risponde Gesù — ma non avete mai letto: “Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai tratto lode”?».

Perché i bambini sono, ancora una volta, presi a modello? Forse perché si distinguono dagli adulti e dalla gente. Ti obbligano a guardarli in faccia, a riconoscerne il valore individuale: tra di loro i bambini non si chiamano mai «bambini». Quante volte si arrabbiano perché «Non sono un bambino! Mi chiamo Matteo!» Forse è questa una caratteristica che piace a Dio. Le Palme ci dicono che non siamo obbligati a restare parte della gente, ma che Dio, nel rivendicare la propria unicità e volontà, guarda a ognuno e ognuna di noi. Dio distingue nel mucchio e ci permette di uscirne.

Sarà umano far parte della gente, indignarsi, osannare il messia di turno per poi crocifiggerlo, ma è divino distinguersi, prendere le distanze dal senso comune, rivendicare la propria diversità come farebbe un bambino. Restiamo umani o aspiriamo al divino? Il folle coraggio di Gesù nell’attraversare il suo Rubicone ci apre la strada per aspirare al divino, anche se questo significa perdere il controllo o mettere a rischio vita, identità collettiva, tradizione.

Ricordiamocene in questa ennesima Domenica delle Palme.

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