Le Olimpiadi della religione

MIgliaia i missionari inviati in Corea nelle settimane dei giochi invernali

Per chi si è gustato alla televisione le Olimpiadi invernali appena terminate in Corea del Sud, negli improbabili orari notturni delle nostre latitudini, la questione religiosa non è certo parsa una priorità, fra le imprese degli atleti e le prove di disgelo fra le due Coree. Eppure, lontani dai riflettori, si stima che siano stati ben tremila i missionari presenti nelle sedi di gara. Cifra difficile da verificare, mentre a tutti i presenti è parso chiaro che il numero di membri di organizzazioni religiose presenti superava quello di qualsiasi altra edizione. La Corea del Sud è cristiana al 29%, con una maggioranza protestante. I giochi olimpici hanno attirato team di evangelizzatori battisti, metodisti, mormoni, di Testimoni di Geova, cattolici. L’unione delle chiese cristiane di Corea, un’organizzazione che raggruppa 144 comunità locali, ha ospitato i missionari provenienti dall’estero.

Le chiese locali hanno approfittato di avere le gare a due passi da casa. La loro presenza è stata costante con banchetti nelle zone di passaggio del pubblico: snack, caffè, libri e letteratura cristiana per gli interessati. La chiesa presbiteriana di Somang ha offerto uno spettacolo con orchestra e parrocchiani in costume tradizionale coreano. Iniziative simili sono state portate avanti dalle altre 26 chiese della città di Gangneung, in cui erano ospitate le gare indoor.

La chiesa mormone ha gestito un servizio di assistenza e accoglienza su due piani di un edificio davanti alla stazione ferroviaria. Un team multilingue ha offerto a atleti, giornalisti e spettatori bevande calde (le temperature erano sempre abbondantemente sotto lo 0°) e un internet point; ma lo scopo principale, si legge sul sito della chiesa, era far sì che «il maggior numero di persone potesse vedere la luce dell’evangelo di Gesù Cristo negli occhi dei missionari impegnati», la maggior parte provenienti dagli Stati Uniti.

Almeno mille sono stati i missionari inviati dai Testimoni di Geova, «molti di più che nelle passate edizioni» racconta Steven Park, responsabile della comunicazione del ramo coreano dei Testimoni. Alcuni missionari sono destinati a rimanere nel paese anche dopo la fine dei Giochi, per proseguire il lavoro di evangelizzazione.

Lo scambio di spille è stato uno degli strumenti più popolari per approcciare pubblico e atleti. E’ consuetudine infatti durante i giochi olimpici collezionare e scambiarsi spille raffiguranti un paese, uno sport o un team.

I volontari dell’Unione studenti battisti coreani hanno dunque creato e scambiato questo gadget, con incisa la scritta del versetto di Salmi 119: 127 : “Amo i tuoi comandamenti più dell’oro” con implicito suggerimento che esiste nella fede una ricompensa assai maggiore rispetto al metallo pur pregiato di una medagli olimpica. Secondo A-Lim Jang, rappresentante dell’Unione battista lo scambio di spille ha permesso di condividere la parola del vangelo con moltissime persone, rivelandosi efficace strumento di approccio e dialogo.

Durante il primo fine settimana dei giochi ai gruppi missionari è stato concesso di distribuire gratuitamente materiale informativo anche all’interno degli impianti di gara. L’eccessiva presenza ha portato i funzionari locali ha pubblicare un annuncio volto a vietare tale operazione.

Athletes in Action, organizzazione evangelizzatrice statunitense, ha inviato in Corea ben sedici mila Bibbie da distribuire fra atleti e pubblico.

Alla vigilia della partenza per i giochi gli atleti tedeschi avevano ricevuto una guida spirituale pubblicata congiuntamente dalla Conferenza episcopale cattolica e dal Consiglio della Chiesa evangelica tedesca (Ekd). Un bell’esempio di ecumenismo sportivo che non abbiamo ritrovato in altre delegazioni.

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