Le colombe di Corea

Olimpiadi come momento di disgelo e svolta, non certo un caso unico nella storia

E’ toccato a Yu Na Kim, star di casa, oro a Vancouver 8 anni fa nel pattinaggio artistico, accendere il tripode che ha dato il via alle XXIII Olimpiadi invernali a Pyeongchang, in Sud Corea. A passarle la fiaccola sono state due atlete della stessa squadra di hockey ghiaccio composta per la prima volta da atlete del Nord e della Sud Corea: un’ altra dimostrazione di quanto lo sport sappia essere precursore, seminare distensione, raccogliere pace. Nei timidi sorrisi delle due ragazze, che nella vita reale non si sarebbero probabilmente mai incontrate in quanto le due nazioni della penisola asiatica sono in conflitto da oltre 70 anni e il regime del Nord vive in un sostanziale isolamento, c’è la speranza di un domani differente per milioni di persone, separate da una riga sulle mappe, senza tener conto di parentele, amicizie, affetti.

La colomba di pace che si forma sul palco accompagnata dalle note di Imagine, durante la sfarzosa cerimonia di inaugurazione è più di un auspicio. Le impensabili strette di mano fra il presidente della Corea del Sud Moon Jae-In con Kim Yo-jong, la sorella del dittatore Kim Jong-un, e con Kim Yong-nam che rappresenta in pratica la seconda carica dello Stato del Nord, sono già le istantanee simbolo di questa edizione.

Come a Rio due anni fa lo furono quelle degli atleti che poterono gareggiare sotto le insegne dei cinque cerchi in rappresentanza di una squadra di rifugiati: siriani, congolesi, etiopi, a render palese al mondo l’esistenza del più grande fenomeno migratorio dai tempi della seconda guerra mondiale. Come proprio 50 anni fa, il 15 giugno 1968 furono i pugni chiusi e le mani guantate dei due atleti statunitensi di colore sul podio di Città del Messico, Tommie Smith e John Carlos, una delle immagini iconiche del ‘900, a denunciare le discriminazioni razziali negli Usa; come ai tempi della guerra fredda furono le sfide di basket e hockey ghiaccio fra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, in anni in cui i rispettivi leader si scambiavano minacce nucleari. Un po’ come oggi fanno Nord Corea e Stati Uniti.

Proprio quest’ultimi, protagonisti in questi giorni di atteggiamenti di chiusura, fra strette di mano mancate e cene saltate, rischiano di essere i grandi sconfitti di questa edizione, e non certo sui campi sportivi. L’ostinata politica di forza voluta dal presidente Trump e attuata dal suo vice spedito in Corea, Mike Pence, otterranno con molta probabilità il solo scopo di isolare gli Usa davanti al mondo. La cena ufficiale fra le varie delegazioni poi, ha visto da un lato per la prima volta l’ingresso di un membro della famiglia Jong-un nel palazzo presidenziale di Seul, e dall’altro ha registrato lo storico invito rivolto al presidente Moon di visitare la Corea del Nord. Se le intenzioni di Kim siano sincere o meno ce lo dirà il tempo: certo al momento le sue aperture rappresentano una novità, per lo meno diplomatica, di altissimo profilo, che hanno fra le conseguenze, quelle di isolare Washington di fronte l’opinione pubblica internazionale. Se poi le colombe voleranno davvero oltre il 38°parallelo sarà l’ennesima vittoria dello sport.

Piccola nota sul pluralismo religioso: alla vigilia della partenza per i giochi gli atleti tedeschi hanno ricevuto una guida spirituale pubblicata congiuntamente dalla Conferenza episcopale cattolica e dal Consiglio della Chiesa evangelica tedesca (Ekd). Un bell’esempio di ecumenismo sportivo che non abbiamo ritrovato in altre delegazioni. Per prima la nostra, caratterizzata ovviamente dai messaggi quotidiani che arrivano da oltre Tevere.

 

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