Il rogo di Rosarno riguarda tutti quanti

La morte di una giovane donna nell’incendio del 27 gennaio nella baraccopoli calabrese impone di non fermarsi alla pietà, ma di rilanciare su alcuni temi centrali: casa, lavoro, documenti

Il ghetto di San Ferdinando, a Rosarno, è invisibile. Dallo scorso fine settimana, in realtà, è paradossalmente diventato più visibile perché un incendio l’ha cancellato per metà, costringendo almeno 500 persone a cercare un altro posto in cui dormire e attivando di nuovo percorsi di emergenza per gestire una situazione che non è sicuramente nuova e che non riguarda soltanto la piana di Gioia Tauro, diventata negli anni un simbolo dello sfruttamento. Dal “gran ghetto” di Rignano Garganico fino alle campagne di Venosadai campi stagionali di Saluzzo alla miriade di piccoli luoghi nascosti lungo tutta la penisola, la condizione lavorativa e abitativa di chi ci vive sembra non esistere a meno di eventi traumatici come quello accaduto a Rosarno nella notte tra venerdì e sabato scorso.

Nell’incendio una giovane ragazza di 26 anni, Becky Moses, fuggita dalla Nigeria per ragioni politiche ed economiche ed entrata in un percorso di ricerca della protezione internazionale, è morta in un luogo in cui non avrebbe dovuto essere, all’interno di una tenda difficile da scaldare.

«Lei – ci dice Antonello Mangano, curatore del progetto Terrelibere.org, che racconta costantemente questi luoghi e queste persone – un mese fa aveva avuto un diniego. Si trovava in accoglienza a Riace e aveva fatto richiesta d’asilo, ma in pochissimo tempo tutto è precipitato: in pochi giorni è passata da una situazione tutto sommato accettabile a Riace, dove stava anche iniziando un percorso, ed è andata a finire in una baraccopoli, in una situazione di altissimo rischio e di sfruttamento. Poi, l’incendio e la morte».

Quella di Becky è la storia di migliaia di persone che, per motivi via via differenti, finiscono ai margini della società, in questi spazi in cui tutto è precario e illegale e da cui si esce soltanto per lavorare 10 ore al giorno nella raccolta della frutta, molto spesso in nero e senza alcuna garanzia. Per Rosarno, l’affare è quello dei mandarini e delle arance, raccolti a un euro a cassetta.

Ci si deve stupire per questo percorso?

«Purtroppo è ampiamente prevedibile un fatto del genere, cioè che una ragazza nigeriana chieda asilo, riceva un diniego e vada a finire in questi luoghi, in una situazione di sfruttamento. Purtroppo negli ultimi tempi c’è una politica fortemente restrittiva rispetto all’asilo e rispetto alla concessione di documenti, sappiamo che ormai i dinieghi si attestano sul 60%, è una percentuale costante. Vista la coda degli arrivati dell’ultimo anno e mantenendo questa percentuale rischiamo di avere a breve altri 50.000 dinieghi, tutta gente che andrà a finire nei ghetti. Non si tratta di fenomeni incontrollabili, ma di fenomeni costruiti».

I ghetti alimentano di per sé una partecipazione nel mercato del lavoro che è quella del sommerso. Su questo la legge anticaporalato non ha cambiato nulla?

«Purtroppo noto una schizofrenia dello stato, perché c’è chi cerca di trovare soluzioni, ma spesso i soggetti che cercano le soluzioni, in particolare il ministero dell’Interno, è lo stesso che ha creato il problema. Quello che voglio dire è che nel momento in cui si negano i documenti, nel senso proprio di possibilità di regolarizzarsi, si costruisce il problema. Basta parlare con un po’ di persone: tutte hanno dei foglietti in mano, documenti con diniego, convocazioni della questura, e tra l’altro la situazione è un po’ ridicola perché per ricevere i documenti è necessario avere un’abitazione, ma in questi luoghi non ce l’hai, quindi devi attraversare l’Italia avanti e indietro per andare in quella questura, in quello specifico giorno, dopo un’attesa durata magari anni e anni. Poi sei preda anche di avvocati che ti sfruttano e ti ingannano, magari non parli nemmeno la lingua anche se sei da anni in Italia nei centri di accoglienza, e qui ci si deve chiedere cosa faccia chi li gestisce, perché se non parli neanche una parola di italiano dopo anni evidentemente i problemi sono molto più ampi».

Ora è troppo tardi per gestire il fenomeno?

«Diciamo che andare a intervenire dopo, con riunioni in prefettura, consente di compiere alcuni interventi, però il fatto è che le condizioni che ci hanno portato a questo punto sono state create a monte. Bisognerebbe attuare una politica molto più realistica evitando di creare irregolarità, dovrebbe insegnarcelo anche la storia dell’immigrazione italiana: nel nostro Paese si sono create enormi sacche di clandestinità, di irregolarità, poi si è intervenuti con le sanatorie quando si è capito che il danno era irreparabile. In questo specifico caso, il danno sono migliaia e migliaia di persone che non hanno nessuna possibilità».

Per queste persone prima o poi arriverà l’espulsione o il destino è quello di rimanere bloccati a tempo indeterminato in luoghi come la baraccopoli di Rosarno?

«Sull’espulsione c’è un problema di costi che rende il tutto ingestibile. Inoltre, alcune di queste persone hanno effettivamente un diniego totale, ma la maggior parte passa anche 5 anni in attesa dei ricorsi in tribunale. Sono persone in qualche modo appese al’Italia, anche se molti vogliono andare in altri Paesi, come la Francia o la Germania. È paradossale che da un lato non li vogliamo e dall’altro facciamo di tutto per tenerli incastrati».

Questa sospensione ci porta alla ricattabilità, il che impone di focalizzare l’attenzione anche su chi in quelle aree fa da datore di lavoro. Qual è lo stato dell’arte in questo senso?

«Sulla questione del lavoro bisognerebbe riflettere sull’imprenditoria italiana, perché da un lato si dice che non ci sono posti di lavoro, dall’altro però, quando c’è la possibilità di usare persone in nero e sfruttarle, allora il posto di lavoro c’è. Bisogna avviare un discorso relativo all’imprenditoria, al rispetto delle regole da parte di chi crea grandi ricchezze, perché anche l’agricoltura è un mondo dove girano soldi, e alla fine se queste persone vanno lì, nei distretti dell’agroalimentare, evidentemente qualcosa riescono a fare, pur con tutti i limiti e i problemi del caso».

All’interno di questi territori si sono sviluppate delle reti di supporto?

«Diciamo che sono situazioni molto fluide, nel senso che nel corso degli anni c’è tanta gente che va e viene: chi riesce a trovare una situazione migliore non sta lì, quindi è molto difficile che si creino delle realtà stabili. Nel corso degli anni ho visto storie sempre diverse, perché le situazioni cambiano anche in base alle leggi. Per esempio un po’ di anni fa venivano tantissimi immigrati che stavano da lungo tempo in Italia, licenziati nelle fabbriche del nord e che quindi cercavano di lavorare al sud, mentre ora la maggior parte sono persone incastrate nei ricorsi alla richiesta d’asilo. In altre situazioni la gente magari transitava semplicemente poi cercava di andare in Francia quando la frontiera era più aperta. Oggi invece il problema principale è quello dei documenti: non avremmo concentrazioni così ampie di gente con una situazione di regolarità maggiore. A questo si aggiunge un discorso di sfruttamento, che è un nodo importante: noi pensiamo che sia un problema che riguarda gli stranieri, ma lo sfruttamento è una cosa che riguarda tutti, quindi se si accetta che una persona ricattabile possa vivere in quelle condizioni, non abbia i soldi per affittare una casa, questo è un problema che prima o poi riguarda tutti quanti».

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